L’American Academy in Rome si conferma un’istituzione culturalmente fortissima, ma ancora strutturalmente fragile. È questo il quadro che emerge dallo State of the Academy, la lettera annuale attraverso cui il Presidente e Ceo dell’istutuzione, lo storico dell’arte Peter Benson Miller, fa il punto su attività, risultati e prospettive, tracciando un bilancio tanto brillante quanto problematico. Nel 2024–25 l’Academy ha accolto 31 Rome Prize winners, 5 Italian Fellows, 14 Residents e oltre 100 visiting artists e scholars. Più di 20.000 persone hanno partecipato a eventi, concerti, mostre e open studios. Otto Fellows e Residents hanno ottenuto Guggenheim Fellowships, due MacArthur Fellowships – le prime nella storia dell’istituzione – mentre un’Italian Fellow ha vinto il Premio Strega. Un successo che conferma, come si legge nella lettera, che «il record dell’Academy nel Novecento è stato semplicemente straordinario».

Eppure, dietro questi numeri, si cela una criticità strutturale: «L’Academy è forte, ma vive ancora in un’economia di sussistenza». Un modello “hand to mouth”, anno per anno, che non consente né accumulo né visione a lungo termine. «Quando le risorse bastano, prosperiamo; quando non bastano, ci ridimensioniamo. E soprattutto smettiamo di sognare», si legge nel testo. L’inflazione, nel tempo, erode valore e ambizione, mentre il contesto globale mostra un progressivo disinvestimento nei valori della ricerca libera, del dialogo e della cultura umanistica. È da questa consapevolezza che nasce il grande processo di pianificazione strategica avviato nel 2025. Un percorso condiviso e non calato dall’alto, che ha coinvolto board, staff e dipartimenti in quasi cinquanta incontri. «Non un esercizio di pianificazione predeterminata, ma un processo bidirezionale», pensato per individuare limiti reali e possibilità concrete di sviluppo.

Ripercorrendo la propria storia, l’Academy riconosce di aver progressivamente ristretto il proprio orizzonte, trasformando il programma di fellowship da mezzo a fine. Oggi, però, il contesto sembra nuovamente favorevole a quel modello originario di scambio informale e interdisciplinare che caratterizzava le accademie rinascimentali. «Quello che abbiamo fatto quasi inconsapevolmente per oltre cento anni è oggi indicato come una possibile via per il futuro delle arti e delle humanities». Da qui nasce The Roman Telescope, il nuovo progetto strategico dell’Academy: collaborazioni pluriennali tra artisti, umanisti e scienziati, organizzate in cicli quadriennali e pensate come modello esportabile. Un’iniziativa che culminerà in libri, mostre e festival, con l’obiettivo di rendere la ricerca accessibile anche a un pubblico più ampio. Il messaggio finale è chiaro: «Questo è un momento di verifica». Per un’istituzione antica, il rinnovamento non può che partire dalle proprie radici. Ma, come ricorda la lettera, a differenza degli alberi, le istituzioni possono ancora «far crescere nuovi rami e nuovi frutti». Anche – e forse soprattutto – in inverno.


