Marian Goodman, addio a una figura cardine dell’arte contemporanea

Scomparsa a 97 anni a Los Angeles, Marian Goodman ha incarnato per oltre mezzo secolo un’idea di galleria come spazio di responsabilità critica e fedeltà agli artisti

Marian Goodman è morta a 97 anni in un ospedale di Los Angeles. A darne notizia è stato il New York Times, segnando ufficialmente la scomparsa di una delle personalità più influenti e rispettate del sistema dell’arte del secondo Novecento e dei primi decenni del nuovo millennio. La sua figura ha attraversato cinque decadi di trasformazioni profonde del mercato, delle istituzioni e del ruolo stesso della galleria, senza mai rinunciare a una linea di rigore, coerenza e fiducia nel lavoro degli artisti.

La sua avventura come gallerista iniziò nel 1977 a New York, in Midtown, con una mostra di Marcel Broodthaers. Non fu una scelta strategica, ma un gesto quasi necessario: non trovando nessun gallerista disposto a rappresentare l’artista belga negli Stati Uniti, Goodman decise di farlo lei stessa. Quel debutto, apparentemente defilato, si rivelò l’atto fondativo di un modello che avrebbe segnato la storia dell’arte contemporanea: una galleria intesa non come vetrina commerciale, ma come spazio di accompagnamento critico, capace di sostenere una visione nel lungo periodo.

Negli anni Ottanta, la sua sede sulla 57ª Strada – raggiungibile solo tramite un ascensore angusto, con le opere monumentali issate dalle finestre grazie a una gru – divenne un punto di riferimento per l’arte concettuale e post-concettuale. Mentre il mercato accelerava e molti colleghi inseguivano una crescita globale sempre più rapida, Goodman mantenne una dimensione volutamente controllata, aprendo una galleria a Parigi nel 1995 e, molto più tardi, a Londra nel 2014, poi chiusa nel 2020. Una scelta che rifletteva una filosofia precisa, dichiarata con lucidità: diffidare della logica predatoria del sistema e difendere il tempo lungo della ricerca artistica.

La lista degli artisti rappresentati da Marian Goodman è, a tutti gli effetti, una mappa essenziale dell’arte contemporanea internazionale. Da Gerhard Richter a Steve McQueen, da Giuseppe Penone e Giovanni Anselmo a Julie Mehretu, da William Kentridge a Lothar Baumgarten, il suo lavoro ha contribuito in modo decisivo alla consacrazione di molte voci europee negli Stati Uniti e alla costruzione di un dialogo transatlantico fondato sulla qualità, non sulla moda. Non a caso, Tom Eccles, direttore del Center for Curatorial Studies del Bard College, osservò che una collezione composta esclusivamente da opere acquistate da Goodman negli ultimi quarant’anni avrebbe oggi il valore di un grande museo.

Nata Marian Geller a New York nel 1928, cresciuta in una famiglia sensibile all’arte – il padre collezionava Milton Avery – Goodman aveva già dimostrato una precoce attenzione alle dinamiche di diffusione dell’arte con l’esperienza di Multiples, società pionieristica fondata nel 1965 per rendere accessibili le edizioni d’artista. Ma fu la relazione profonda con gli artisti a definire il suo tratto distintivo: una lealtà quasi radicale, che prevedeva l’impegno a sostenere un lavoro anche per quindici o vent’anni, senza abbandonarlo alle oscillazioni del mercato.

Questa integrità le valse una reputazione “museale”, riconosciuta tanto dagli artisti quanto dai colleghi. Figure come Jeffrey Deitch ne hanno più volte sottolineato l’autorevolezza silenziosa, evidente anche negli stand delle grandi fiere internazionali, da Art Basel a Frieze, dove la sua galleria si distingueva per chiarezza curatoriale e assenza di spettacolarizzazione.

Negli ultimi anni, Marian Goodman aveva lavorato con lucidità alla continuità del suo progetto, affidando la presidenza della galleria a Philipp Kaiser nel 2019, trasferendo la sede newyorkese da Midtown a Tribeca e aprendo uno spazio a Los Angeles nel 2023.