Il Walker Art Center di Minneapolis ha scelto di chiudere le proprie porte il 23 gennaio aderendo al Day of Truth and Freedom, una giornata di protesta organizzata su scala statale in risposta alla presenza e alle recenti operazioni dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) nelle comunità del Minnesota. La decisione ha reso il Walker la più grande istituzione culturale ad aver ufficialmente partecipato all’iniziativa.
La mobilitazione, promossa da sindacati locali e organizzazioni comunitarie, si è configurata come uno sciopero generale simbolico: cittadini e realtà aderenti sono stati invitati a non lavorare, non effettuare acquisti e a evitare scuole e luoghi pubblici per l’intera giornata. Oltre al Walker Art Center, più di 300 tra piccole imprese, enti non profit e organizzazioni culturali hanno sospeso temporaneamente le proprie attività.

In una dichiarazione rilasciata al media locale Bring Me the News, un portavoce del museo ha spiegato che la chiusura «riflette i valori istituzionali del Walker, che pongono al centro la comunità, il sostegno al personale e un approccio al lavoro culturale attento alla sicurezza e al benessere collettivo». Il museo ha poi ripreso regolarmente le attività il giorno successivo.
La giornata di protesta si è inserita in un contesto di forte tensione sociale, acuitosi dopo l’avvio, all’inizio di gennaio, dell’operazione Metro Surge da parte dell’ICE. L’operazione aveva comportato un significativo dispiegamento di agenti nell’area metropolitana di Minneapolis–Saint Paul con l’obiettivo dichiarato di contrastare l’immigrazione irregolare. Secondo numerose associazioni civili, tuttavia, le modalità di intervento avrebbero avuto un impatto sproporzionato sulle comunità locali, alimentando un clima di paura e insicurezza.
La situazione si era ulteriormente aggravata dopo l’uccisione, avvenuta il 7 gennaio a Minneapolis, di Renée Good, cittadina statunitense, durante un intervento attribuito a un agente dell’ICE. L’episodio aveva innescato proteste in diverse città americane e portato all’avvio di azioni legali contro il Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) e alti funzionari federali.



