Perché i fondi pubblici a Fabrizio Corona sono un problema culturale

Quasi 800 mila euro di finanziamenti statali per una docuserie su Corona non sono solo una scelta discutibile, ma il sintomo di un sistema che ha smesso di interrogarsi sul valore culturale

Che il Ministero della Cultura abbia finanziato Io sono notizia, docuserie Netflix recentemente uscita e dedicata a Fabrizio Corona, non è uno scandalo per moralismo, ma la dimostrazione di un vuoto critico strutturale nel sistema di sostegno pubblico all’audiovisivo italiano. Il progetto ha ottenuto circa 800.000 euro di tax credit, coprendo una quota significativa del budget complessivo. Una cifra che non equivale a una semplice agevolazione tecnica, ma a un riconoscimento implicito: lo Stato ha ritenuto questo racconto meritevole di sostegno culturale. Ed è qui che il problema esplode.

Io sono notizia non offre una rilettura storica, non produce analisi sociale, non apre interrogativi sul rapporto tra potere mediatico, cronaca nera e spettacolarizzazione. Al contrario, si limita a ricompilare materiali già noti, a ripercorrere una biografia iper-mediatizzata senza distanza critica, senza progetto intellettuale, senza un punto di vista che vada oltre l’archivio e l’autonarrazione. Il paradosso è evidente: lo Stato finanzia ciò che il mercato avrebbe comunque prodotto, senza alcun bisogno di supporto pubblico. Netflix non è un soggetto fragile, né un laboratorio sperimentale. Corona non è una figura marginale rimossa dalla memoria collettiva. Siamo davanti a un contenuto perfettamente allineato alle logiche algoritmiche dell’intrattenimento globale, che usa fondi pubblici come moltiplicatore, non come strumento di ricerca.

La domanda, allora, non è “perché raccontare Corona” (ci mancherebbe!) ma perché farlo con soldi pubblici e senza alcuna responsabilità critica. Se il Ministero della Cultura non distingue più tra valore culturale e semplice esposizione mediatica, tra analisi e cronaca riciclata, allora il problema non è la serie, ma il criterio. C’è un aspetto ancora più inquietante: Io sono notizia finisce per normalizzare l’idea che la sola centralità mediatica basti a giustificare un investimento pubblico. Essere stati “notizia” diventa automaticamente essere “cultura”, ed è un corto circuito pericoloso, perché trasforma il finanziamento statale in un amplificatore passivo delle stesse dinamiche che dovrebbe interrogare. Non si tratta di censura, né di stabilire chi sia degno di racconto. Si tratta di pretendere che, quando interviene lo Stato, esista una visione, una necessità culturale, una responsabilità editoriale, una distinzione, netta, concreta e oggi più necessaria che mai, fra cultura e contenuto

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