Dopo mesi di discussione e contestazioni, Israele parteciperà alla Biennale di Venezia 2026 e sarà rappresentata da Belu-Simion Făinaru, scultore nato a Bucarest nel 1959 ed emigrato a Israele nel 1973. Dopo aver partecipato alla Biennale del 2019 per il Padiglione Romania curato da Cristian Nae con un lavoro incentrato sulla diaspora rumena, l’artista quest’anno rappresenterà Israele con The Rose of Nothingness, un’opera che aveva presentato per la prima volta nel 2015.
Făinaru si è trasferito nel 1973 in Israele dopo aver preso la doppia cittadinanza e dal suo arrivo si è distinto per l’originalità del suo lavoro, per cui è stato premiato dal ministro dell’Istruzione Yoav Kisch con l’Israel Prize 2025. Nella sua carriera c’è anche la produzione e promozione di eventi, tra cui la Biennale del Mediterraneo, che ha ideato insieme al collega Avital Bar-Shay nel 2010.

La notizia della sua partecipazione è stata annunciata su Instagram da ANGA (Art Not Genocide Alliance), alleanza internazionale di artisti e operatori culturali che si oppongono alla presenza dello Stato di Israele alla Biennale. Secondo il post, pubblicato ieri, Făinaru è felice di rappresentare il suo paese in questi tempi difficili.
L’artista si è già espresso sul boicottaggio l’anno scorso, quando in un’intervista alla Biennale di Avana ha raccontato le difficoltà che gli artisti e i curatori israeliani affrontano dall’inizio della guerra con la Palestina e di come siano stati arginati dalle comunità artistiche internazionali: “L’arte dovrebbe fungere da fattore unificante, non diventare uno strumento politico per esprimere opposizione a Israele”.
In questo quadro, nonostante le proteste e dopo l’assenza alla Biennale di Architettura, Israele parteciperà comunque alla sessantunesima edizione della Biennale di Venezia, ma nello spazio dell’Arsenale, non più nel Padiglione ai Giardini, chiuso nel 2024 dall’artista Ruth Patir in segno di protesta per Gaza. L’opera che rappresenterà la nazione sarà The Rose of Nothingness, un’installazione ispirata dalle poesie di Paul Celan. Esposta per la prima volta nel 2015 al MAK Museum a Vienna e ripresentata nel 2019 ad Art Basel, l’opera consiste in uno specchio d’acqua nero su cui cadono a ritmo regolare delle gocce di acqua, riflettendo così sul tema dello spiritualismo ebraico e sul concetto del nulla.



