«Se si perde l’idea che esistano saperi inutili, allora l’istruzione diventa soltanto addestramento». Nelle pagine de L’utilità dell’inutile, l’accademico Nuccio Ordine individua con lucidità il rischio di una cultura piegata esclusivamente ai criteri dell’efficienza e del profitto. Un rischio che oggi sembra prendere forma concreta nel sistema universitario americano, dove la storia dell’arte, insieme ad altre discipline umanistiche, viene progressivamente ridotta, sospesa o eliminata dai curricula accademici.



Negli Stati Uniti infatti sta emergendo una tendenza che va ben oltre la contingenza dei tagli di bilancio e investe il cuore stesso del progetto universitario: la progressiva marginalizzazione di quei saperi che non garantiscono un ritorno economico immediato. Tra i campus che hanno scelto di ridurre lo spazio riservato agli studi umanitari compaiono anche nomi prestigiosi come Harvard, la University of Chicago, la University of Pennsylvania e la Boston University. In nome della sostenibilità finanziaria, della razionalizzazione delle risorse e di una presunta adesione alle richieste del mercato del lavoro, diversi atenei stanno così ridimensionando programmi che per decenni hanno costituito un asse portante della formazione critica.






La storia dell’arte viene così sempre più spesso descritta come superflua, poco spendibile, incapace di garantire sbocchi professionali certi. Un linguaggio che tradisce un cambiamento profondo: l’università non più come spazio di elaborazione del pensiero, ma come piattaforma di competenze immediatamente monetizzabili. In questo quadro, lo studio delle immagini, dei contesti culturali e delle genealogie visive diventa sacrificabile. Eppure, come ricorda Ordine, ciò che viene definito “inutile” è spesso ciò che preserva la libertà del pensiero, «ci sono saperi che non servono a nulla se non a renderci più liberi». È proprio questa libertà, critica, interpretativa, culturale, che l’apprendimento della storia dell’arte continua a garantire.

L’arte non è solo un ornamento del sapere, ma uno strumento per leggere il mondo. Interroga le immagini, i poteri che le producono, le ideologie che le attraversano. In una società governata dalla comunicazione visiva, ridurre lo spazio dedicato alla sua analisi significa indebolire la capacità collettiva di comprendere il presente. La sospensione delle ammissioni, la riduzione del corpo docente, l’accorpamento dei dipartimenti vengono giustificati con il calo delle iscrizioni e con la necessità di investire in settori ritenuti strategici. Ma dietro queste scelte si delinea una precisa gerarchia dei saperi, più che una reale neutralità amministrativa.


Si afferma così una visione riduttiva della formazione, in cui ciò che non produce profitto immediato viene considerato un costo. La posta in gioco, tuttavia, non è il destino di una singola disciplina, ma il modello stesso di università che si sta costruendo. Rinunciarvi significa rinunciare a una parte essenziale della comprensione culturale del mondo, proprio mentre le immagini diventano uno dei principali strumenti di potere, persuasione e narrazione: privare l’educazione dell’“inutile” equivale a privarla della sua funzione più alta, quella di formare esseri umani, prima ancora che lavoratori.


