Trump si tira fuori, via gli USA da due organi internazionali di tutela culturale

Dopo la diffusione di un memorandum che ha annunciato il ritiro del Paese da oltre sessanta organizzazioni, Trump minaccia anche di tagliare i fondi alla Smithsonian

Il rapporto degli Stati Uniti con la cooperazione culturale internazionale e con le proprie istituzioni simbolo attraversa una nuova fase di frattura. Con un memorandum diffuso il 7 gennaio, Donald Trump ha annunciato il ritiro del Paese da oltre sessanta organizzazioni, trattati e organismi multilaterali, segnando un ulteriore arretramento rispetto ai tradizionali meccanismi di collaborazione globale. Tra le realtà coinvolte figurano due nodi centrali per il mondo dell’arte e della tutela del patrimonio: l’International Centre for the Study of the Preservation and Restoration of Cultural Property (Iccrom) e la International Federation of Arts Councils and Culture Agencies (Ifacca).

Secondo l’amministrazione, tali organismi opererebbero in contrasto con gli interessi nazionali, promuovendo agende globaliste o impiegando in modo inefficiente risorse pubbliche. Il disimpegno viene così presentato come una scelta di razionalizzazione strategica, volta a riallocare fondi verso priorità interne. Ma il segnale politico è più ampio: un progressivo smantellamento delle reti multilaterali che, dalla fine della Seconda guerra mondiale, hanno sostenuto la diplomazia culturale come strumento di dialogo e stabilità.

Fondata a Roma nel 1959, Iccrom riunisce oggi oltre 130 Stati membri ed è attiva nella ricerca, nella formazione e nella gestione delle emergenze sul patrimonio culturale, dalla conservazione digitale alla sostenibilità. Gli Stati Uniti vi avevano aderito nel 1971, durante la presidenza Nixon. Ifacca, con sede a Sydney, coordina invece più di novanta enti pubblici impegnati nelle politiche culturali e artistiche; per Washington, il riferimento è il National Endowment for the Arts, da tempo bersaglio delle critiche trumpiane e già oggetto di drastici ridimensionamenti.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Julie Trébault, direttrice esecutiva di Artists at Risk Connection, ha messo in guardia dalle conseguenze concrete di questo disimpegno in un contesto globale segnato da censura, sorveglianza e violenze contro artisti e operatori culturali. L’indebolimento delle strutture multilaterali, ha sottolineato, rischia di colpire soprattutto chi lavora in condizioni di vulnerabilità, esilio o repressione.

Trump smantella la cultura anche sul fronte interno

Parallelamente, la stessa logica di controllo e riallineamento ideologico si manifesta con forza sul fronte interno. Trump ha infatti intensificato la pressione sulla Smithsonian Institution di Washington, il più grande complesso museale, educativo e di ricerca al mondo, imponendo una revisione approfondita dei contenuti espositivi. La richiesta, accompagnata dalla minaccia di bloccare parte dei finanziamenti federali, riguarda documentazione dettagliata su mostre, programmi e procedure di otto musei, con l’obiettivo dichiarato di orientare la narrazione della storia americana verso una visione “positiva e patriottica” in vista del 250° anniversario della nazione.

L’iniziativa si inserisce nel solco dell’ordine esecutivo del marzo 2025, significativamente intitolato Restoring Truth and Sanity to American History, volto a eliminare dalle esposizioni ciò che l’amministrazione definisce “ideologia divisiva o anti-americana”. Una direttiva che ha già prodotto modifiche sensibili in mostre dedicate alla presidenza e alla storia nazionale, suscitando la reazione di storici, curatori e associazioni museali preoccupati per l’erosione della libertà accademica e per una rappresentazione selettiva del passato, che rischia di marginalizzare capitoli cruciali come la schiavitù e le lotte per i diritti civili.

La leadership dello Smithsonian ha ribadito il proprio mandato scientifico ed educativo, ma il margine di manovra appare fragile. Con circa il 60% del budget legato a fondi federali, la minaccia di tagli finanziari assume i contorni di un dilemma strutturale: difendere l’autonomia curatoriale o piegarsi alle pressioni politiche. In un clima già segnato da dimissioni e attacchi mirati a dirigenti museali, il rischio di autocensura diventa una variabile concreta.

Nel loro insieme, queste mosse delineano una visione della cultura come campo di battaglia ideologico più che come spazio critico e condiviso. Il ritiro dalle istituzioni internazionali e l’intervento diretto sulle narrazioni museali interne non sono episodi isolati, ma tasselli di una strategia che ridefinisce il ruolo degli Stati Uniti nel mondo e il senso stesso del patrimonio culturale: non più terreno di confronto plurale, bensì strumento identitario da disciplinare.