Il Sudafrica non parteciperà alla 61ª Biennale d’Arte di Venezia del 2026. La decisione arriva direttamente dal ministro dello Sport, delle Arti e della Cultura Gayton McKenzie, che ha annunciato il ritiro del sostegno istituzionale al progetto del padiglione nazionale, motivando la scelta con la presenza di contenuti ritenuti «geopoliticamente divisivi». Al centro della controversia c’è l’opera prevista per il padiglione sudafricano, un nuovo capitolo di Elegy dell’artista Gabrielle Goliath, che avrebbe incluso riferimenti al conflitto in corso a Gaza.

Il progetto, curato da Art Periodic, era stato selezionato attraverso i consueti canali istituzionali, ma è stato successivamente bloccato dal governo, che ha di fatto annullato la partecipazione del Paese alla Biennale. In una nota ufficiale, il ministero ha ribadito la volontà di mantenere una posizione di neutralità rispetto a conflitti internazionali, sostenendo che la Biennale non debba diventare uno spazio di espressione politica su temi di attualità geopolitica.
La scelta ha immediatamente sollevato interrogativi sul confine tra rappresentanza culturale e libertà artistica. Elegy, progetto portato avanti da anni da Gabrielle Goliath, si concentra sul tema del lutto, della memoria e della violenza sistemica, spesso affrontando traumi collettivi e individuali legati a contesti di oppressione. L’inclusione di riferimenti a Gaza si inseriva, secondo i promotori del progetto, in una riflessione più ampia sulle forme contemporanee di dolore e perdita, coerente con la poetica dell’artista.

Il caso sudafricano si colloca all’interno di un dibattito sempre più acceso sul ruolo delle grandi manifestazioni internazionali, e in particolare della Biennale di Venezia, come spazi inevitabilmente attraversati da tensioni politiche. Negli ultimi anni, i padiglioni nazionali sono diventati luoghi di confronto su temi come colonialismo, conflitti armati, migrazioni e diritti civili, rendendo sempre più fragile la distinzione tra arte e geopolitica.
La decisione del governo sudafricano appare inoltre significativa alla luce della storia politica e culturale del Paese, la cui produzione artistica è stata a lungo segnata dal confronto con l’apartheid, la censura e la repressione. Non è un caso che molte voci del mondo dell’arte abbiano interpretato il ritiro dalla Biennale come un passo indietro rispetto a una tradizione di impegno critico e di utilizzo dell’arte come strumento di presa di parola nello spazio pubblico.

Al momento, non è chiaro se il progetto potrà trovare una forma alternativa di presentazione al di fuori del padiglione nazionale, né se Art Periodic o l’artista Gabrielle Goliath intendano proseguire il lavoro in altri contesti internazionali. Resta però evidente come la decisione del governo sudafricano contribuisca ad alimentare una riflessione più ampia sul controllo istituzionale dei contenuti artistici e sul ruolo delle politiche culturali in tempi di crisi globale.


