Rielaborare ritualità ed esoterismi come pratica di ribellione contemporanea

L'intervista a Ginevra Petrozzi, Premio Speciale GNAMC al Talent Prize con l'opera Congregation of mysteries (ex-votos)

Quali sono gli incantesimi di una strega contemporanea? È la domanda da cui muove la ricerca artistica di Ginevra Petrozzi, che si riappropria della figura archetipica della strega per reinterpretarla nel presente. Se storicamente la stregoneria è stata strumentalizzata dalle strutture di potere come dispositivo di emarginazione e di controllo sulle donne, la “strega digitale” immaginata dall’artista si presenta invece come figura autonoma e liberata, specchio della condizione stessa dell’artista. In un mondo fuori dal nostro controllo, la strega e l’artista diventano entrambe agenti capaci di ricostruire una relazione significativa e collettiva con la realtà. Petrozzi intreccia riferimenti che vanno da Ernesto De Martino a Silvia Federici, da Mona Chollet a Federico Campagna, elaborando un linguaggio che porta tradizioni popolari ed esoterismi dentro il paesaggio digitale che ci circonda.

Riti, tradizioni, simboli e simbolismi attraversano la tua pratica. Da dove deriva questa fascinazione per le storie popolari, vernacolari?
Io penso più di tutto che sia un amore che parte dagli oggetti. Io adoro gli oggetti, ne sono assolutamente affascinata. Tra gli oggetti della mia infanzia c’erano bigliettini, rosari, vasetti, statuine, offerte votive. Tutti questi oggetti per me hanno sempre avuto un valore magico e sono sempre stati trattati nella mia famiglia come alleati magici. E non in maniera esoterica, in maniera forse più animistica. Mia mamma era molto cattolica e come ben sappiamo nell’Italia dei paesi rurali il cattolicesimo si mescola e confonde moltissimo con il pensiero magico. E penso di non essermi mai resa conto di tutto questo ecosistema magico, prima di aver letto Ernesto De Martino “Il mondo magico”. Quello è stato il momento in cui ho deciso che volevo andare più a fondo in quali sono le strutture filosofiche e materiche di questo ecosistema.

Molte tue opere affrontano il tema del misticismo e del “pensiero magico”. Come si rapportano questi temi all’oggi, in epoca tecnologica avanzata? 
Per me il pensiero magico nasce come difesa dalle avverse condizioni di un mondo al di fuori del nostro controllo. Il mondo della tecnologia avanzata, dei Big Data, della sorveglianza, è un mondo assolutamente fuori dal nostro controllo. E come spiega De Martino, che provoca una “crisi della presenza”. Io penso sia necessario utilizzare tutti i nostri strumenti immaginativi per far fronte a questa crisi della presenza e ricostituire un rapporto di mutua comprensione. E, in questo modo penso anche alla magia come una pratica di rifiuto e di ribellione che si oppone alle strutture di potere. Io credo davvero che attraverso il linguaggio artistico si possa resuscitare come pensiero magico che libera.

“Strega digitale” è stato un appellativo che hai scelto per definirti. Riempi uno spazio, anche qui simbolico, che rimaneva forse ancora vacante nello scenario italiano.
Mi piace l’idea di riempire uno spazio simbolico. La motivazione per aver scelto questo appellativo è sicuramente simbolica, studiando l’archetipo della strega nella letteratura di Silvia Federici, ma anche di Mona Chollet, per esempio, in cui la strega  è descritta come una guaritrice, ma anche una che affascina, che può maledirti. È un personaggio che ho scelto per me, per affrontare e confrontarmi con quelle strutture così egemoniche come le tecnologie di sorveglianza. La domanda che mi sono fatta è cosa farebbe una strega al tempo del capitalismo di sorveglianza. Come si comporterebbe? A che cosa si ribellerebbe?

Qual è stato il tuo primo “simbolo”? C’è stata un’icona o un rito che senti come iniziatore di questo interesse?
Il rito magico dell’offerta votiva, che è anche rito cattolico, è stato un iniziatore. Gli ex-voto delle chiese, così lontani e scintillanti, poi alla fine sono diventati reali quando mia madre mi chiese di aiutarla a scegliere un gioiello che fosse bello e prezioso abbastanza, da poterlo appuntare sul vestito della statua della Madonna del Rosario nel suo paese di nascita, per chiedere la grazia di guarire dalla sua malattia. Non ha funzionato, ma questo forse non ha importanza.

L’opera che vince il Premio Speciale GNAMC del Talent Prize 2025 di Inside Art è Congregation of Mysteries (2024). Simbolo e scultura si uniscono per aggiornare il repertorio visivo di un oggetto tanto tradizionale. Raccontaci dell’opera.
In Congregation of Mysteries (2024) torno ai miei amati Ex-voto, riproponendoli nel contesto del tecno-capitalismo. La serie di ex-voto che ho progettato raffigura temi del mondo digitale (ad esempio sorveglianza, estrazione mineraria per la produzione di batterie, la tratta sottomarina dei cavi internet), ma richiede anche che accadano “miracoli” specifici, come la liberazione di Julian Assange o la crescita di un albero da un data center. Quest’opera è stata seguita da un evento che ha consolidato la domanda: la magia può diventare una funzione incorporata in un oggetto? Pochi giorni dopo l’esposizione dell’opera, durante gli Open Studios della Jan van Eyck Academie dove ero residente, Julian Assange è stato rilasciato dal carcere dopo 10 anni di lotta contro l’estradizione negli Stati Uniti, realizzando il miracolo richiesto attraverso la creazione dell’ex-voto.

Attraverso ritualità del passato medi però discorsi e ragionamenti estremamente attuali. Che ruolo può avere  la ricerca artistica nella mediazione e presa di consapevolezza del mondo in cui viviamo?
L’artista è detentrice di una licenza e di una libertà quasi uniche. Io non penso di essere la più radicale fra le artiste che hanno guardato al passato e mediato messaggi del presente. Questo è il ruolo che vorrei avere, e auguro a me stessa più libertà artistica di quella che mi sto dando al momento. Mi piacerebbe trattare questi argomenti oltre la metafora, oltre la vignettatura. Nella mia mente l’opera d’arte può scavalcare la mera rappresentazione di concetti o diventare vero strumento; vorrei che i mei lavori diventassero oggetti ‘vivi’ e con il proprio ruolo magico nel mondo.


In Prophetai, associ all’Oracolo di Delfi, e alla sua preveggenza, il ruolo che attualmente ha invece l’algoritmo, nascosto e invisibile dirottatore di immagini e informazioni, che finisce per controllare la nostra vita digitale. Qual è la differenza fra queste due entità per te?
Le dichiarazioni dell’Oracolo di Delphi non potevano essere messe in discussione. C’era un patto sociale, culturale e mistico condiviso, per cui Pitia era detentrice della verità. Ma non per caso le sue predizioni avevano bisogno di un prophetai, qualcuno che traducesse le sue criptiche frasi e le comunicasse in versione finale al richiedente. Io credo che figure di passaggio come il prophetai siano estremamente necessarie, e forse mi piace inserirmi in quella categoria, della traduzione. I richiedenti non accettavano ciecamente le predizioni. La Pitia era così criptica, che serviva comunque un’interpretazione finale del richiedente, che doveva chiedersi: come agire adesso che sono a conoscenza del mio futuro? Con gli algoritmi, questi passaggi vengono persi. Sono manovrati da enormi tech corporations, e articolano i loro desideri. La mia proposta è di reintegrare l’interpretazione, di inserire tra noi utenti e le nostre attuali intoccabili divinità del denaro, degli elementi di frizione.  

1997: Nasce a Roma
2021: Frequenta il Master in Social Design alla Design Academy di Eindhoven e vince il premio per la Miglior Tesi e il Gijs Bakker Award
2023-2024: È in residenza presso la Jan Van Eyck Academie di Maastricht
2025: Pubblica con Cecilia Casabona il volume Death – Design – Data edito da Onomatopee Projects2025
Vince il Premio Speciale GNAMC del Talent Prize 2025

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