Una luce che squarcia il buio, un monumento per dare nuova vita a un dolore

Un’intervista a Leonardo Petrucci sul rapporto tra lutto, materia e linguaggio artistico, tra scienza, alchimia e memoria.

Un principio gravitazionale elementare porta una scultura in ottone a sprofondare in un telaio nero. La dimensione scientifica, centrale nella ricerca di Leonardo Petrucci, è il punto di partenza di un lavoro che tuttavia scavalca le leggi della fisica per misurarsi con il peso simbolico di un’assenza. Ho ancora tante cose da dirti, menzione della giuria al Talent Prize, è la formalizzazione di un trauma personale, la trasposizione materica di un dispositivo, il cellulare, che rappresenta per l’artista l’ultimo strumento di una comunicazione destinata a non ripetersi.
«Quando è venuta a mancare mia madre – spiega Petrucci – per prima cosa ho cambiato telefono. Ho pensato che potesse essere un rituale salvifico. Ma poi ho realizzato che quel dispositivo non si sarebbe mai più acceso. Percepivo tutto il peso specifico di quel silenzio assordante e così ho voluto realizzare un’opera che racchiudesse tutto il mio dolore ma anche la mia gioia. Non un sepolcro ma un monumento verbale al contatto che avevo con lei».

Ho ancora tante cose da dirti, 2025, detail

È la prima volta che porti un’esperienza così personale nella tua pratica, trasformando un vissuto privato in linguaggio artistico?

Ho sempre lavorato sull’idea della melanconia intesa come quell’inquietudine che porta a una tensione creativa, ispirandomi ad Albrecht Dürer e trasponendo poi questa visione nei miei linguaggi. Molto di quello che stavo già facendo era ricco di questo approccio malinconico, ma dopo la scomparsa di mia madre ho cercato di riconoscere in maniera più consapevole quella emotività all’interno del lavoro. Sono sempre stato attento a creare dediche più indirette, perché sono molto critico nei confronti di chi affronta il dolore in modo plateale: il rischio è di banalizzarlo. Ho ancora tante cose da dirti è un lavoro che ho prodotto in studio nel momento in cui ne ho davvero sentito il bisogno. Ho pensato che probabilmente non l’avrei mai presentato.

Per Gino De Dominicis l’immortalità è raggiungibile solo nella cristallizzazione del tempo. Anche nel tuo gesto sembra emergere un tentativo di trattenere la memoria, di fermare ciò che inevitabilmente sfugge, come se la materia potesse, a suo modo, aggirare la morte.

Paradossalmente De Dominicis affronta il tema dell’immortalità in modo opposto rispetto al mio lavoro. La sua riflessione si muove verso la sospensione, l’idea di un corpo che si libera dell’attrazione gravitazionale: basti pensare alle aste in equilibrio o alla palla colta un attimo prima del rimbalzo. Naturalmente tutta la sua poetica legata al mito, al superamento della termodinamica e alla morte è qualcosa che ho introiettato nei miei studi e in un approccio più maturo all’opera. Tuttavia, in questo mio lavoro, la sospensione si manifesta nella forza di attrazione gravitazionale. Si sa che in prossimità di un’enorme forza di gravità, come quella di un buco nero, lo spazio-tempo si deforma fino a tendere all’infinito. In teoria, dunque, attrazione e sospensione sono due facce della stessa medaglia. Nel produrre quest’opera avevo in mente i display dei musei della scienza, con quelle curve che rappresentano la deformazione dello spazio-tempo. Solitamente queste visualizzazioni si costruiscono su superfici scure, come una sorta di buco nero che affonda: da qui la scelta di un telaio nero con una tela elastica, quasi un sole al centro della sua galassia, che attrae tutto e insieme emette luce.

Ho ancora tante cose da dirti, 2025

La tua opera sembra muoversi tra questi due estremi, il nero e l’oro, come in un continuo passaggio tra oscurità e rivelazione. Cosa rappresenta per te l’uso ricorrente di questi colori?

Il nero è un colore che ricorre costantemente nella mia vita e nel mio lavoro. Avendo approfondito gli studi sull’alchimia, e definendomi un artista che si muove all’interno di quell’immaginario, il simbolismo cromatico ha assunto per me un ruolo centrale. In alchimia, il processo di trasformazione dell’essere comincia con la nigredo, la fase nera, che rappresenta la disgregazione della materia, la morte simbolica da cui può nascere qualcosa di nuovo. Da lì si attraversano varie fasi, fino ad arrivare al rosso, la rubedo, che prepara all’oro, alla realizzazione. Ma l’oro di cui parla l’alchimia, l’aurum philosophicum, non è quello materiale: è un principio spirituale. Gli stessi alchimisti ricordavano che aurum nostrum non est aurum vulgi. Il mio lavoro si muove tra questi estremi: il nero come origine, l’oro come esito.

La scultura però è in ottone. Quali sono i significati alchemici attribuiti a questo materiale?

L’ottone è un metallo pesante con una patina dorata. Proprio questo mi interessava: che il telefono non fosse realmente d’oro ma ne imitasse l’aspetto. In questo lavoro volevo riflettere sul concetto di valore: un oggetto che appare prezioso ma il cui peso è affettivo, non economico. Ho scelto l’ottone per la sua natura ambigua: non è oro, ma ne suggerisce l’illusione. Mi affascina il contrasto tra il nero che assorbe la luce e la superficie metallica che la riflette, come una tensione continua tra oscurità e bagliore.


Una questione di spazio, 2023, installation view detail, Musei Civici di Pesaro, courtesy Galleria Gilda Lavia, photo Michele Alberto Sereni

Nei tappeti della serie Red Hope la superficie era intesa come soglia, un punto di passaggio verso un altrove. Che significato assume per te questo gesto di attraversamento?

Mi piace pensare che i lavori di quella serie fossero come i concetti spaziali di Lucio Fontana. Nei tappeti c’è infatti un superamento della superficie. Riproducono il suolo del pianeta rosso, trasponendo immagini fotografiche della NASA, e i buchi neri rappresentano le perforazioni del rover Curiosity. Anche se non sono veri buchi, il riferimento al concetto spaziale funziona perché apre una dimensione realmente cosmica.

Nel 2023 la mostra Una questione di spazio, a Palazzo Mosca – Musei Civici di Pesaro, tracciava un percorso legato al cosmo. La tua ricerca va ancora in quella direzione?

L’idea dello spazio non mi ha mai abbandonato, anche se negli ultimi tempi ho ripreso a lavorare sul simbolo della mantide religiosa, con la serie Viriditas. Apparentemente sembrano temi distanti, ma in realtà sono profondamente connessi. Che si tratti di microcosmo o macrocosmo, i due livelli risultano sovrapponibili. Continuo a lavorare sull’universo perché ciò che muove il mio lavoro è il mistero: non c’è nulla di più misterioso dell’infinito, sia esso grande o infinitamente piccolo.

È in questa tensione che si inserisce l’intelligenza artificiale, che di recente hai inglobato nella tua produzione?

Ciò che mi interessa dell’intelligenza artificiale non è la tecnologia in sé, ma l’imprevisto che genera. Mi affascina la perdita di controllo, quando qualcosa accade senza che io l’abbia previsto ma sento che doveva avvenire. Uso l’IA da alcuni anni per esplorare questa soglia tra intenzione e caso. Come per i dadaisti, non è lo strumento a contare, ma lo spazio di casualità che apre, dove l’imprevisto coincide con il mistero.


portrait, photo Giorgio Benni

1986 Born in Grosseto
2020 Winner of the Cantica21 competition, launched by the Ministry of Culture and the Ministry of Foreign Affairs and International Cooperation, with the work Tessitura Cosmica, now part of the permanent collection of the Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Prato
2021 Winner of the 72nd Michetti Prize with the work Sol2081
2024 Presents Viriditas, a solo exhibition at Gilda Lavia Gallery, Rome
2025 Participates in Quantum Perspective, a group exhibition at The Arts House, Singapore, curated by Nadia Stefanel and organized by the Dino Zoli Foundation with the support of nm>contemporary gallery