Emanuele Convento, l’arte come campo di tensione

Tra i finalisti del Premio Tavano Amodeo, la pittura dell'artista nasce da una relazione diretta con il supporto che rende la sua pratica un processo stratificato nel tempo

La ricerca visiva di Emanuele Convento, artista multimediale ed eclettico che opera nel campo della pittura, della scultura, dell’incisione e delle performance multimediali, non si limita a un’indagine formale, ma si sviluppa come un processo stratificato in cui gesto, tempo e memoria si accumulano, lasciando tracce visibili di un’azione che è al tempo stesso fisica e mentale. Con l’opera Compenetrazioni senza rimorso l’artista si è aggiudicato il secondo posto al Premio Tavano Amodeo, il riconoscimento guidato dalla direttrice artistica Maria Grazia Londrino, dedicato ai temi dell’arte e della memoria e profondamente radicato nel territorio maremmano. Una gratificazione che, come chiarito dalla curatrice Londrino, «sottolinea la maturità di una ricerca coerente e personale, capace di dialogare con la grande tradizione figurativa senza rinunciare a una forte contemporaneità dello sguardo».

Convento sviluppa nei suoi lavori un’indagine espressiva intensa, che prende forma da una relazione diretta e fisica con il supporto. Le superfici, spesso segnate da spessori irregolari, abrasioni e sedimentazioni cromatiche, rivelano un approccio che privilegia la costruzione lenta dell’immagine. Il colore non è mai decorativo: è materia viva, carica di densità e resistenze, applicata, rimossa, sovrapposta fino a raggiungere un equilibrio instabile. In questo senso, ogni opera appare come il risultato di un confronto continuo tra controllo e abbandono, intenzione e imprevedibilità. Uno degli elementi centrali della sua ricerca è il tempo: non solo il tempo dell’esecuzione, ma quello incorporato nell’opera attraverso le stratificazioni e le variazioni cromatiche. Le apparenze delle sue tele sembrano trattenere una memoria del fare, come se ogni intervento lasciasse un’eco visiva che non viene mai completamente cancellata. La pittura diventa così un archivio di gesti, una mappa di azioni sedimentate che lo spettatore è chiamato a decifrare.

Dal punto di vista cromatico, l’artista lavora spesso su gamme profonde e terrose, talvolta attraversate da improvvise accensioni luminose. Questi contrasti non hanno una funzione narrativa, ma strutturale: creano campi di forza che guidano lo sguardo e accentuano la percezione della materia. La superficie pittorica, lungi dall’essere uno spazio neutro, si presenta come un organismo complesso, la continua trasformazione di una dimensione fisica, lenta, quasi resistente. Il quadro non è un’immagine da consumare, ma un luogo da attraversare. Il risultato è una riflessione aperta sul ruolo della pittura nel presente: un linguaggio ancora capace di generare esperienza, di trattenere il tempo e di restituire allo sguardo una relazione autentica con la materia. Le sue opere non offrono risposte immediate, ma invitano a una visione prolungata, a un confronto silenzioso con la profondità della superficie.

Compenetrazioni senza rimorso, le parole di Maria Grazia Londrino

«Nell’opera presentata da Emanuele Convento in occasione della prima edizione del Premio Tavano Amodeo, il corpo umano non è mai semplice soggetto, ma luogo di attraversamento, superficie instabile in cui identità, memoria e gesto pittorico coincidono. La figura femminile, colta in una postura sospesa tra azione e riflessione, appare come emergente da una materia pittorica densa e continuamente negata, in cui la forma si costruisce e si dissolve simultaneamente. La pittura non descrive: affiora. Il corpo non è delineato per contorni netti ma per strappi, abrasioni, trasparenze che rivelano una tensione costante tra presenza e sparizione. Le incisioni che attraversano la superficie – veri e propri solchi nel colore – interrompono la continuità dell’immagine e introducono una dimensione temporale, come se la figura fosse vista attraverso una memoria incrinata o una lastra fragile. È in questa frattura che l’opera trova la sua forza: non nel racconto di un gesto, ma nella sua persistenza emotiva.

Il rapporto tra figura e spazio è volutamente ambiguo. L’ambiente non accoglie il corpo, ma lo attraversa, lo invade, lo costringe a ridefinirsi. I toni freddi e lattiginosi del fondo contrastano con le accensioni calde della carne, accentuando una dialettica tra distanza e intimità, tra visione e tatto. La figura sembra cercare un contatto – forse con un’altra presenza, forse con se stessa – ma questo contatto resta incompiuto, continuamente rimandato. In questa opera si riconoscono alcuni tratti distintivi della ricerca di Convento: l’attenzione al corpo come campo di esperienza, l’uso della pittura come processo più che come esito, e una tensione costante tra figurazione e astrazione. Il risultato è un’immagine che non si concede immediatamente, ma chiede tempo, sosta, partecipazione. Una pittura che non illustra, ma interroga».

Articoli correlati