Come tutte le metropoli Roma è una città dai mille volti. Che siano stratificati o che scorrano in parallelo sullo stesso piano, a Roma vivono più Rome. A volte nascoste altre volte esplicite e questo contrasto, unito alle dimensioni, la rende una città impossibile da mettere a fuoco con una sola ripresa. Tre eventi fanno luce invece, pare, sullo stesso aspetto della città, fondamentali almeno dell’ultimo mezzo secolo: quello laterale alle accademie e ai musei, fatto di teatri improvvisati in ambienti dismessi e di scantinati. Gli eventi per l’apertura del MACRO, sotto la nuova direzione artistica di Cristiana Perrella; Chi esce entra, la collettiva curata da Simon Würsten Marin; e BAAB_Issue 00 la “sedicente biennale” curata da Ilaria Marotta e Andrea Baccin, direttori e fondatori di CURA. Con tre tagli diversi gli appuntamenti riprendono il modello della Roma, se così possiamo dire, underground.

UNAROMA, uno degli eventi inaugurali del MACRO, è una numerosa ed eterogenea collettiva, co-curata dalla stessa Perrella con Luca Lo Pinto, ospitata al piano terra del museo all’interno dell’allestimento progettato dal collettivo Parasite 2.0. Tanti nomi e un titolo al singolare: «Perché – spiega Perrella – abbiamo voluto raccontare la scena artistica della città consapevoli che la nostra visione sia solo una delle molte possibili». Fra gli artisti in mostra anche i collettivi romani: «Il cambiamento di passo – specifica la direttrice – della nuova scena romana è senz’altro partito dal basso e non dalle istituzioni. Negli ultimi anni sono stati gli spazi indipendenti gestiti da artisti e curatori, una novità per Roma, a dare nuovo respiro alla città, a creare opportunità e scambio. Per questo ci è sembrato giusto non “cannibalizzare” queste energie, istituzionalizzandole, ma piuttosto rendere merito alla loro autonomia, alla loro resistenza, dando un piccolissimo contributo perché partecipassero al progetto nei loro spazi, riconoscendone identità e valore e mettendo a disposizione i mezzi di comunicazione del museo per farli conoscere meglio».

E poi BAAB_Issue 00, acronimo per Basement Art Assembly Biennial, che già dal titolo si ricollega a una Roma anti accademica: «Pensiamo che vi sia qualcosa di anarchico – dicono i curatori Marotta e Baccin – nella fondazione di una biennale indipendente, per cui parliamo di “sedicente biennale”, ovvero di una biennale autoproclamata». Una conferma di una fascinazione verso luoghi marginali: «I basement sono ovunque nel mondo – confermano – in alcune città più valorizzati che in altre. Qui sono spesso solo cantine, anfratti inutilizzati, abbandonati, ricolmi di oggetti dimenticati; abitati da muffe e da blatte, da topi e da cattivi odori. Hanno un carattere ambiguo e a volte spaventoso. Sono spazi defilati, nascosti alla vista, immuni alla frenesia del mondo. Sono regolati da un proprio status. Hanno un carattere più combattivo e di resistenza. Sono spesso spazi più economici di quelli con luce e ampie finestre, ed è qui nella penombra dei basement che spesso nascono le idee. Basement Roma è un ex garage che prima del nostro arrivo era stato abbandonato per anni. Il nostro vecchio spazio di Basement Roma, malgrado sia stato vissuto, amato e valorizzato per oltre dieci anni con mostre, artisti, pubblico e progetti è tornato ora ad essere solo un seminterrato abbandonato. Non tutti vogliono stare nei basement.

La logistica dei basement ha molte caratteristiche non apprezzabili ma ha per noi il fascino di un luogo isolato, defilato, dimenticato, che ci ha dato sempre la libertà e la posizione privilegiata di affrontare le sfide che sentiamo più urgenti, tra cui la nascita di una biennale indipendente, antisistemica, radicale, e di protesta. Questo non ci lega necessariamente alla Roma sotterranea, se per questo si intende la Roma antica. Ci lega più alle avanguardie degli anni Sessanta e Settanta che utilizzavano i garage della città come spazi espositivi». Qui una numerosa serie di artisti, soprattutto stranieri, anima per circa tre mesi il garage di Cura Basement in un programma frutto di un dialogo con un Advisory Board composto da Nicolas Bourriaud, Jean-Max Colard, Simon Denny, Anthony Hubermane e Lumi Tan.
BAAB _Issue 00 non è solo una collettiva: «è accompagnata – continuano i curatori – da una pubblicazione “aperta” e non rilegata che si chiuderà con la stampa di un secondo newspaper contenente il racconto completo della mostra. Attraverso il Public Program BAAB è diventata un’esperienza collettiva, che ogni settimana dà spazio agli artisti della città, e fino a oggi ha trasformato la mostra nello stage di una performance, di uno screening, di conversazioni con il pubblico, di un club di poesia, di un pianobar, e di molto altro. La pubblicazione sarà quindi distribuita a mostra conclusa con i due newspaper insieme, legando l’aspetto installativo dei lavori in mostra e quello processuale. Tra i momenti centrali vi sarà quello della cena sociale dell’ultimo giorno di apertura, il prossimo 29 novembre, con una maratona di talk, performance, musica, video, gardening, azioni e interventi che vedranno protagonista il pubblico, gli artisti partecipanti insieme a nuove presenze».

Ed è proprio l’idea di interpretare attraverso esposizioni spazi dismessi e prossimi a un cambiamento che, se la città è Roma, possono aver avuto anche un passato glorioso, che guida la terza collettiva: Chi esce entra, a Tribute Exhibition to a Disappearing Building a cura di Würsten Marin. L’esposizione è infatti presentata in Via Gregoriana 9, un luogo ora ridotto a rovina ma nato nel 1911 ospitava la galleria privata del mercante e collezionista Ludovico Spiridon e che forse è più conosciuto come La Cage aux folles, iconico nightclub durante gli anni Ottanta. La mostra sottolinea una dimensione di cerniera fra un passato e una trasformazione futura dello spazio progettata dalla Bibliotheca Hertziana – Istituto Max Planck per la storia dell’arte.
«Il titolo – racconta Würsten Marin – racchiude il paradosso che sta alla base di questa mostra: per portare avanti la propria missione, un istituto dedicato alla ricerca sulla storia dell’arte e dell’architettura a Roma deve abbattere un edificio storico e cancellare ogni traccia dei suoi usi passati. Nel contesto di questa esposizione, la frase rivela anche una verità poetica: ogni uscita è anche un’entrata. Scomparire significa tornare in un’altra forma». L’evento così sembra essere prima di tutto una riflessione sulla stratificazione di Roma delle sue glorie e dei morti lasciati sul campo: «Ciò che è certo – continua il curatore – è che sia l’edificio, animato in questo modo, sia le opere d’arte presenti nella mostra, ci incoraggiano a pensare alla storia e alle sue tracce materiali in un modo diverso: non come narrazioni immutabili e definitive, ma come processi dinamici, manifestazioni di un dialogo continuo tra passato e presente, in costante fase di rinegoziazione e riscrittura. Roma non è una tomba di sé stessa, o se lo è, allora Roma è anche morta vivente, perché le sue rovine sono parte costitutiva della città contemporanea e continuano a evolversi con essa».

E in quegli spazi gli artisti sono stati chiamati a dialogare con i loro lavori, alcuni con opere site-specific: «Ho voluto includere – conferma Würsten Marin – in questo progetto una ricca varietà di profili e pratiche artistiche, in sintonia con la natura intrinsecamente multiculturale e aperta al mondo della scena artistica romana. Coinvolgere qualcuno come Francesca Cornacchini, vicina alla scena underground, o Lulù Nuti, la cui pratica è strettamente legata all’ambiente urbano della città, sottolinea anche che questa mostra, per quanto internazionale e istituzionale, è strutturalmente e concettualmente debitrice della scena artistica romana e della lunga eredità di iniziative autogestite che hanno sviluppato una pratica di abitazione culturale degli spazi vuoti».
E sicuramente alla scena underground si riallaccia anche la seconda esposizione inaugurale del MACRO One Day You’ll Understand. 25 anni da Dissonanze, come racconta di nuovo la nuova direttrice: «Il festival Dissonanze, e il pensiero del suo ideatore, Giorgio Mortari, ha intuito per primo nel nostro paese la possibilità, attraverso la musica elettronica, di interessare pubblici diversi e metterli insieme, in un processo di contaminazione e dialogo che comprendeva anche l’arte, l’architettura, la cultura digitale. Quel tipo di mescolanza è stato l’humus in cui si è formata una generazione. È stato un fenomeno d’avanguardia e insieme popolare con molti elementi ancora assolutamente attuali, che credo sia importante riattivare».

MACRO
La nuova stagione del MACRO diretto da Cristiana Perrella si apre l’11 dicembre con tre mostre: UNAROMA, collettiva di artisti e spazi operanti in città; One Day You’ll Understand. 25 anni da Dissonanze, dedicata al noto festival di musica elettronica attivo dal 2000 al 2010 a Roma; e il video Sister With No Name dell’artista brasiliano Jonathas de Andrade che inaugura la nuova sala cinema del museo. La programmazione cinematografica fino al 6 aprile 2026 si concentra sull’educazione sentimentale aprendo le proprie porte dal venerdì alla domenica. Parallelamente una serie di incontri raccolti nel Public Program esplorano la dimensione live del museo, fra gli appuntamenti: UNA DISPERATA VITALITÀ Un tributo a Pier Paolo Pasolini; e Flashback Roma, un viaggio attraverso la scena artistica romana dagli anni Ottanta a oggi.
BAAB
Installazioni, performance, film, interventi site-specific compongono l’edizione di esordio di BAAB, Basement Art Assembly Biennial curata da Ilaria Marotta e Andrea Baccin fino a fine novembre. Il cuore del progetto è negli spazi di Cura Basement e fra gli artisti coinvolti troviamo: Puppies Puppies, Claudia Comte, Carsten Höller, Michele Rizzo e Nora Turato. Completano l’evento aperto fino a fine novembre anche “Sonorama”, una sezione curata da Ruggero Pietromarchi: una serie di mix tape commissionati a tre artisti invitati CL, Dr. Pit, Car Culture; un performing program, che durerà per mesi dopo la chiusura ufficiale della mostra, co-curato con Ilaria Mancia; un podcast curato da curatori ospiti, esplora i temi della mostra in dialogo con artisti e curatori; e due newspaper ad apertura e chiusura dell’evento.
CHI ESCE ENTRA
Vincenzo Agnetti, Louise Bourgeois, Francesca Cornacchini, Eva Fàbregas, Thomas Julier, Tarik Kiswanson, Corrado Levi, Lulù Nuti, Francesca Pionati e Tommaso Arnaldi, sono fra gli artisti protagonisti della collettiva Chi esce entra. A Tribute Exhibition to a Disappearing Building curata da Simon Würsten Marin negli spazi dismessi di Via Gregoriana 9 fino a inizio novembre. La mostra è un’iniziativa di Rome Contemporary, un focus di ricerca del dipartimento di Tristan Weddigen, ed è promossa dalla Fondazione Max Planck che sta realizzando il progetto di trasformazione in stretta collaborazione con la Bibliotheca Hertziana. La collettiva ragiona su cosa fare quando non c’è più niente da fare, quale memoria tenere di uno spazio che ha avuto tante memorie e che ora avrà un nuovo futuro.


