La prevista retrospettiva dedicata a Marisa Merz, figura di rilievo dell’Arte Povera e unica artista donna nel nucleo originario del movimento, che avrebbe dovuto debuttare questo autunno al Fridericianum di Kassel, istituzione centrale per Documenta, è stata ufficialmente annullata. La decisione, presa dalla Fondazione Merz di Torino e dalla stessa curatrice e figlia dell’artista, Beatrice Merz, è una protesta contro il codice di condotta recentemente adottato da Documenta e dal Fridericianum.

Il nodo del contendere è la definizione di antisemitismo scelta nel regolamento, ovvero quella elaborata da International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Secondo Beatrice Merz, tale definizione rischia di includere nella categoria “antisemitismo” anche critiche al sionismo o alle politiche di Israele, dunque potenzialmente limitare la libertà di espressione e il dissenso politico attraverso l’arte. «Collaborare con il Fridericianum avrebbe significato accettare quel codice di condotta – ha dichiarato la curatrice in un’intervista – ma non posso condividere una definizione così ampia e controversa. L’arte non deve essere condizionata da pregiudizi o norme che restringono il pensiero critico».



Il Fridericianum, per parte sua, ha confermato che i colloqui con la Fondazione non hanno portato a un accordo. La mostra prevista è pertanto stata sostituita da una retrospettiva dedicata a Robert Grosvenor. L’ente ha precisato che, pur applicando il codice di condotta per il proprio staff operativo, la libertà artistica e curatoriale resta garantita secondo le leggi vigenti in Germania. L’annullamento aggiunge un nuovo capitolo alle tensioni che da anni affliggono Documenta, esacerbate dopo le polemiche nate con l’edizione 2022 (accuse di antisemitismo, rimozioni, inchieste), e solleva interrogativi sull’equilibrio tra tutela della memoria storica, sicurezza politica e libertà di espressione nel mondo dell’arte.

L’episodio diventa il sintomo di una frattura sempre più evidente nel sistema dell’arte contemporanea: da un lato, istituzioni culturali chiamate a rispondere a pressioni politiche e sociali sempre più forti; dall’altro, artisti e curatori che rivendicano il diritto di preservare spazi di libertà critica non mediata da regolamenti percepiti come restrittivi. Documenta, già scossa dalle polemiche del 2022 e sotto costante osservazione pubblica, diventa così un terreno sensibile dove si scontrano visioni opposte di responsabilità culturale. Le istituzioni si trovano a dover garantire ambienti espositivi “sicuri”, capaci di prevenire derive discriminatorie. La sfida, oggi più che mai, consiste nel trovare un equilibrio tra questi poli: proteggere la memoria storica e la sensibilità collettiva senza soffocare la capacità dell’arte di interrogare, disturbare, criticare.


