Cosa significa costruire oggi in una città che conserva ogni traccia come un palinsesto infinito? Nel cantiere di Piazza Venezia, nodo pulsante e iperstratificato della città, Elisabetta Benassi presenta Tools. Cinque enormi mani operaie impugnano gli strumenti tipici del cantiere e svettano verso l’alto, sui 9 silos che coprono l’ormai noto cantiere di Piazza Venezia. Il progetto si inserisce nel contesto di Murales, promosso da Webuild nell’ambito del grande intervento sotterraneo che ridisegnerà la mobilità romana, invitando a pensare il cantiere non come una parentesi, ma come una forma in sé, uno spazio transitorio che parla del presente mentre apre al futuro e Roma, città che da secoli metabolizza costruzioni e rovine, trova in questo progetto un nuovo capitolo della propria narrazione visiva.

Elisabetta Benassi interviene qui con la sua consueta capacità di manipolare simboli storici e materiali contemporanei, creando una narrazione stratificata che rispecchia la materia viva di Roma. Il cantiere, con i suoi limiti fisici e la sua estetica provvisoria, diventa una soglia: un luogo dove il rumore delle macchine e la polvere degli scavi si incontrano con una riflessione sul valore collettivo dello spazio urbano.
Un’opera che dialoga con la storia
«Le mani che indossano questi guanti – spiega l’artista – sono le stesse mani degli operai che lavorano nel cantiere». Benassi racconta di essersi ispirata ai gesti teatrali degli angeli berniniani di Ponte Sant’Angelo, che dal 1669 sorreggono gli strumenti della Passione come una sacra rappresentazione scolpita nel marmo. Il ponte, costruito da Adriano nel 134 d.C., lega già in sé impero, papato e storia dell’arte. Come gli angeli di Bernini, anche gli operai ricorrono agli strumenti del proprio mestiere, ma in questo caso strumenti laici, materiali, concreti. La sua opera utilizza la città come palcoscenico in cui passato e presente dialogano, dove ogni gesto quotidiano diventa parte di una narrazione millenaria.

L’estetica del lavoro invisibile
La collaborazione con Webuild mette in luce ancora un altro tema chiave della ricerca di Benassi: la visibilità del lavoro umano. I cantieri sono luoghi di fatica, ingegneria, rischio e coordinamento, ma raramente diventano oggetto di riflessione estetica. Qui invece il lavoro nella sua dimensione anonima e collettiva viene assunto come parte del racconto artistico. Le macchine, i materiali, i ritmi della costruzione diventano metafore della trasformazione sociale e infrastrutturale. Benassi offre un’immagine complessa e non retorica, ma profondamente consapevole del ruolo che i grandi interventi pubblici hanno nella definizione dell’identità cittadina.



