Addio Frank Gehry, gigante dell’architettura contemporanea

Muore a 96 anni l'architetto canadese che ha trasformato il panorama urbano mondiale con le sue inconfondibili forme in titanio

L’architetto Frank Gehry, tra i protagonisti più influenti dell’architettura mondiale, è morto a 96 anni nella sua casa di Santa Monica. Con le sue forme scultoree e soprattutto con l’uso pionieristico delle superfici in titanio, materiale diventato la sua firma, ha ridefinito l’immaginario urbano degli ultimi decenni.

Nato a Toronto nel 1929 come Frank Owen Goldberg, si trasferì negli Stati Uniti alla fine degli anni Quaranta, studiando architettura a Los Angeles e successivamente urbanistica a Harvard. Negli anni Sessanta fondò il proprio studio, avviando un percorso progettuale che lo avrebbe portato a sperimentare materiali, software di modellazione e nuove grammatiche formali.

La svolta arriva tra gli anni ’70 e ’80, quando Gehry abbraccia un linguaggio frammentato e dinamico: la casa di Santa Monica, avvolta da materiali poveri accostati in modo radicale, lo afferma come voce fuori dagli schemi. Seguono opere come il Cabrillo Marine Museum, la Loyola Law School e il California Aerospace Museum, nelle quali compaiono le prime intuizioni di un’architettura modellata più come scultura che come edificio tradizionale.

Il suo nome entra definitivamente nella storia negli anni Novanta, quando inizia a lavorare con superfici metalliche curve, destinate a diventare iconiche. Il massimo esempio è il Guggenheim Museum di Bilbao (1997): le grandi vele di titanio, disposte in forme fluide e cangianti, rivoluzionano non solo il waterfront della città basca ma l’intero panorama architettonico internazionale. Quel rivestimento metallico – elastico, leggero, luminoso – diventa simbolo di una nuova concezione spaziale e urbana, capace di produrre il celebre “Bilbao effect”.

A questo approccio scultoreo seguiranno opere come la Dancing House di Praga e la sede Vitra in Svizzera, oltre a musei e istituzioni culturali ripensati negli anni più recenti secondo la stessa logica di volumi avvolti da pelli metalliche dinamiche.

Con la scomparsa di Gehry, il mondo dell’architettura perde uno dei suoi sperimentatori più audaci: un progettista che ha trasformato il titanio in linguaggio e che ha dimostrato come un edificio possa essere, al tempo stesso, scultura, simbolo urbano e motore di trasformazione sociale.

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