Negli ultimi anni, il trattamento giuridico e pratico delle riproduzioni digitali di opere appartenenti a collezioni di musei e gallerie – in particolare quando le opere originali non sono più protette da copyright – è diventato un tema di crescente interesse. In questa intervista, con William Charrington e Paul Jones di Farrer & Co., specialisti nel settore dell’arte e dei beni culturali, approfondiamo la normativa sull’uso delle immagini che riproducono opere e beni culturali nel Regno Unito, le implicazioni della recente sentenza
della Corte d’Appello nel caso THJ v Sheridan, per poi esaminare come le istituzioni culturali stiano affrontando la questione dell’open access anche alla luce di questo precedente giurisprudenziale.

Come è regolamentato nel Regno Unito l’uso delle immagini che riproducono opere e
collezioni, incluse le opere d’arte di pubblico dominio?
William Charrington: «La questione, nel Regno Unito, è relativamente semplice rispetto ad altri paesi. Ad esempio, diversamente dall’Italia, dove si potrebbe sostenere che le istituzioni pubbliche, a tutela del patrimonio culturale, abbiano una sorta di “copyright” perpetuo sulle opere più significative, ai sensi della normativa nazionale sui beni culturali (cioè, l’articolo 107 del Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, e succ. mod., il “Codice dei beni culturali”), nel Regno Unito, non esiste una regola analoga.
Secondo la legge inglese, affinché un’opera sia protetta da copyright, deve rientrare in una delle categorie previste dal Copyright, Designs and Patents Act 1988. In generale, queste includono le opere letterarie, drammatiche, musicali e artistiche. L’opera deve, inoltre, soddisfare la soglia di originalità, concetto oggetto di varie pronunce giurisprudenziali, su cui torneremo più avanti. Nel Regno Unito, il copyright su un’opera d’arte ha una durata pari a tutta la vita dell’autore e per 70 anni successivi all’anno solare della morte dell’autore originario. Ciò che è particolarmente rilevante è che, anche quando le opere possedute da enti culturali non siano più protette da copyright (essendo trascorsi i 70 anni dalla morte dell’autore), alcune fotografie o riproduzioni di tali opere possono ancora essere protette – purché soddisfino la soglia di originalità e siano ancora protette da copyright (cioè, non siano trascorsi i 70 anni
dalla morte dell’autore della riproduzione fotografica).
Le riproduzioni digitali delle opere possono anche essere regolate da disposizioni contrattuali che ne disciplinano l’uso. Le immagini, il cui copyright è di titolarità dell’autore o dell’ente culturale, possono essere concesse in licenza d’uso in base alle condizioni fissate dal titolare medesimo. La maggior parte delle organizzazioni culturali fornisce riproduzioni digitali di alta qualità tramite licenze d’uso dietro pagamento di un corrispettivo. Ciò consente al titolare di stabilire controlli su aspetti quali la tiratura, le dimensioni e la finalità, sia per uso accademico che commerciale. Le protezioni contrattuali sono quindi fondamentali per la gestione delle riproduzioni di questi beni, regolando l’uso consentito e impedendo l’uso non autorizzato. Sebbene non sia una peculiarità del Regno Unito, musei e gallerie adottano anche barriere contrattuali e fisiche per impedire riproduzioni non autorizzate di opere non più tutelate
dal copyright. Queste restrizioni aiutano a ridurre il rischio che terzi realizzino riproduzioni
di qualità commerciale».



Ci sono stati sviluppi recenti nella normativa? In particolare, come si può commentare la decisione della Corte d’Appello nel caso THJ v Sheridan?
Paul Jones: «Il requisito dell’originalità è stato oggetto di una serie di recenti pronunce spesso da parte di giudici dei tribunali degli stati membri dell’Unione europea che hanno applicato un test unico, a livello europeo, ma con poca coerenza. Nel 2023, la Corte d’Appello del Regno Unito ha emesso la sua sentenza nel caso THJ v Sheridan. Alcuni commentatori hanno suggerito che questa decisione abbia modificato la soglia di “originalità” per la tutela del copyright nel Regno Unito».
In particolare, si è sostenuto che la sentenza ha innalzato tale soglia al punto che alcune opere, come le immagini fotografiche di opere non più protette da copyright (che costituiscono le picture library di molti musei e gallerie), non possano più essere protette da copyright e debbano quindi essere liberamente disponibili per qualsiasi utilizzo. Tuttavia, dobbiamo mostrarci molto più cauti. Questo aspetto è sempre stato un terreno incerto per le picture library, anche perché tale questione specifica non è mai stata affrontata dai tribunali britannici – e, per chiarezza, THJ v Sheridan non riguardava immagini fotografiche di opere di pubblico dominio. A nostro avviso, la decisione non segna un mutamento normativo, come alcuni hanno cercato di sostenere. Né dovrebbe, la sentenza di per sé, indurre cambiamenti significativi nel modo in cui musei e gallerie proteggono e concedono in licenza le loro riproduzioni digitali. Vi sono certamente altre pressioni che possono influenzare il “modello” delle picture library, ma questo caso, da
solo, non è sufficiente per dichiarare superato questo modello.

Quindi, Paul, se il caso Sheridan non riguarda specificamente il copyright sulle riproduzioni digitali di opere di pubblico dominio, di cosa tratta esattamente?
Il caso riguarda la risoluzione di un rapporto tra uno sviluppatore software e un trader, con l’appello incentrato sulla questione se alcune grafiche prodotte dal software fossero suscettibili di protezione tramite copyright. Ma, più significativamente, riguarda il test giuridico per accertarne l’originalità – in particolare, come tale test debba essere formulato. L’approccio precedente, nel Regno Unito, esprimeva il requisito facendo riferimento alle competenze, al giudizio e all’impegno individuale dell’autore. Le istituzioni hanno tipicamente rivendicato il copyright sulle riproduzioni di opere non più protette, sostenendo che la produzione di una riproduzione fedele comporta, a sua volta, sufficienti competenze, giudizio e lavoro per soddisfare tale test. Ironia della sorte, più l’immagine è fedele e accurata, maggiore è il livello di competenza e impegno richiesto – per evitare distorsioni o ottenere la giusta tonalità, colore e sfumatura – per produrre un’immagine il più identica possibile all’originale e nella massima risoluzione. Finora, ciò non è stato contestato in tribunale.
Se l’originalità sufficiente – espressa tramite competenze, giudizio e impegno – sottende la riproduzione, essa merita una propria protezione tramite copyright. Al contrario, la giurisprudenza europea ha espresso l’originalità come requisito affinché l’opera sia una “creazione intellettuale propria dell’autore”. In altre parole, l’autore deve esprimere le proprie capacità creative compiendo scelte libere e originali, così da imprimere nell’opera la propria impronta personale. Sebbene i test differiscano nella formulazione, resta aperta la discussione se il test europeo della “creazione intellettuale” e il test britannico di “competenze e lavoro” divergano nella pratica.
La decisione Sheridan ha chiarito che: (1) il Test UE è quello corretto da utilizzare; e (2) se i due test non sono identici, il Test UE stabilisce una soglia più elevata. Tuttavia, il giudice ha anche confermato che il Test UE è parte del diritto inglese da tempo e che formularlo, facendo riferimento a “competenze e lavoro”, non è corretto. In senso stretto, quindi, la sentenza non modifica la legge, ma chiarisce che la formulazione europea del test tramite la “creazione intellettuale” deve essere utilizzata e adottata. La sentenza non elimina la protezione per le immagini fotografiche di opere di pubblico dominio; si limita a confermare che esse devono soddisfare lo standard più rigoroso (almeno teoricamente) della “creazione intellettuale” unionista».


Quali riflessi ha la decisione Sheridan per gli enti culturali e in che modo impatta sulle riproduzioni digitali di opere delle loro collezioni, inclusi gli archivi di immagini?
Paul Jones: «In seguito alla decisione Sheridan, nel Regno Unito, le riproduzioni digitali sono protette da copyright se soddisfano il requisito di originalità secondo il Test UE – cioè, la fotografia deve essere una “creazione intellettuale propria dell’autore”. In pratica, la soglia di questo test è relativamente bassa, pur essendo considerata più alta rispetto al test di “competenze e lavoro”. Nel caso Sheridan, il giudice ha avallato una precedente pronuncia, affermando che “anche un semplice ritratto fotografico può soddisfare [il test] in casi appropriati”. Ciò che è “appropriato” è chiarito dal giudice, secondo il quale il criterio non è soddisfatto “quando il contenuto dell’opera è dettato da considerazioni tecniche, regole o
vincoli che non lasciano spazio alla libertà creativa”.
Da notare che, nel caso Sheridan, elaborati grafici molto semplici sono stati considerati originali e suscettibili di protezione. Il concetto chiave è quindi se la riproduzione digitale abbia comportato scelte creative che dimostrino una “creazione intellettuale”. Ciò dipende dalla specifica riproduzione e dal grado di scelte creative effettuate durante la produzione dell’immagine. Da un lato, le immagini digitalizzate semplici, prodotte tramite scansione automatizzata difficilmente saranno considerate nuove opere protette da copyright.
Dall’altro lato, la produzione di riproduzioni accurate e ad alta risoluzione di capolavori per scopi di ricerca o commerciali è un processo creativo e dispendioso, in termini di tempo, che probabilmente darà luogo a una nuova opera protetta da copyright. In assenza di precedenti giurisprudenziali che stabiliscano, in via definitiva, se le riproduzioni di opere di pubblico dominio siano suscettibili di protezione, appare difficile confermare se un tribunale britannico riconoscerebbe sempre il copyright in relazione a una riproduzione fotografica. Tuttavia, se si può dimostrare – e ciò può consistere in una questione probatoria – che la riproduzione fotografica ha comportato decisioni creative e non è stata interamente frutto di un processo automatizzato, un tribunale britannico dovrebbe riconoscere la protezione della riproduzione come opera autonoma rispetto al bene riprodotto. Direi che, se il giudice nel caso Sheridan ha ritenuto che semplici grafici soddisfacessero tale soglia, allora, a maggior ragione, dovrebbero essere protette le immagini di alta qualità di cui stiamo parlando».

In un contesto più ampio, come si inserisce questa decisione nell’agenda dell’open access?
William Charrington: «Oltre alla questione se le riproduzioni digitali siano protette da copyright, vi è una considerazione secondaria: queste risorse digitali dovrebbero essere rese disponibili su base open access a prescindere dalla loro protezione? Molte organizzazioni e istituzioni culturali si trovano a dover bilanciare esigenze contrastanti. Da un lato, fornire open access alle risorse digitali è un modo importante per promuovere la creatività, a beneficio del pubblico e della ricerca scientifica. Dall’altro lato, la concessione in licenza d’uso delle riproduzioni digitali può consistere in una fonte di reddito importante per gli enti culturali e, per alcuni commentatori, si renderebbe assolutamente necessario mantenere il controllo sull’uso delle riproduzioni. Dopo il caso Sheridan, a prescindere dalla protezione tramite copyright delle fotografie che riproducono opere d’arte, è cresciuta la convinzione che le organizzazioni, in particolare, le istituzioni pubbliche che detengono collezioni nazionali, dovrebbero astenersi dal rivendicare il copyright su tali riproduzioni e renderle liberamente disponibili. La nostra impressione attuale è che molte organizzazioni continueranno legittimamente a rivendicare il copyright sulle riproduzioni fotografiche dei beni delle loro collezioni per controllare l’accesso alle proprie banche dati di immagini e rinforzare i propri modelli di licenza.
Tuttavia, si osserva anche una nuova tendenza, soprattutto tra le istituzioni pubbliche, verso l’open access per alcuni contenuti digitali. In pratica, la maggior parte delle organizzazioni britanniche adotta un approccio misto. Per “approccio misto”, intendo che si distingue tra immagini ad alta risoluzione e immagini a bassa risoluzione o miniature. Questa distinzione viene fatta in base alla finalità d’uso: le richieste editoriali o commerciali comportano il pagamento di un corrispettivo che dà accesso alle immagini ad alta risoluzione, mentre l’uso non commerciale o accademico di immagini a bassa risoluzione è generalmente gratuito.
Sempre più spesso, le istituzioni stanno esplorando l’uso di licenze Creative Commons standardizzate per facilitare la concessione controllata in open access. Non sorprende che la questione non sia più esclusivamente giuridica. Considerazioni politiche e reputazionali sono sempre più rilevanti nell’approccio adottato dalle istituzioni culturali. È un ambito che merita attenzione continua e potremmo vedere, nel breve periodo, istituzioni culturali assumere una posizione chiara e impegnarsi a rendere i propri
beni digitali liberamente disponibili, senza alcuna restrizione. Se ciò accadrà, questa posizione innovativa avrà un effetto determinante e duraturo per tutte le istituzioni culturali pubbliche britanniche».

William Charrington è partner del team “Dispute Resolution” di Farrer & Co. William assiste artisti, musei e gallerie, e ha rappresentato sia dealer che istituzioni culturali in molteplici controversie relative a dichiarazioni mendaci sulla provenienza, attribuzioni errate, furti, donazioni contestate, violazione di copyright e uso improprio di marchi.
Paul Jones è partner del team “Proprietà Intellettuale” di Farrer & Co. Paul è specialista di
contrattualistica commerciale. Assiste diverse istituzioni culturali britanniche, oltre a collezionisti privati. Tra i suoi clienti figurano la National Gallery, il British Museum, l’Art Fund e la British Library. Gran parte del lavoro di Paul riguarda le collezioni e la programmazione pubblica di queste istituzioni.


