Il Padiglione del Brasile alla Biennale 2026 riscriverà se stesso

Con "Comigo Ninguém Pode", Rosana Paulino e Adriana Varejão, guidate da Diane Lima, trasformano l’architettura modernista in un dispositivo sensoriale e politico

Il Padiglione del Brasile alla Biennale Arte 2026 si preannuncia come uno dei capitoli più significativi della partecipazione del Paese a Venezia. Il progetto, intitolato Comigo Ninguém Pode, utilizza la Dieffenbachia – pianta ornamentale diffusa in tutto il Brasile, affascinante ma tossica – come metafora di una condizione nazionale fatta di contraddizioni, resilienze e tensioni latenti. L’immagine della pianta, allo stesso tempo protettiva e minacciosa, diventa il punto di partenza di un percorso espositivo che si annuncia diretto, stratificato e profondamente simbolico.

A guidare il Padiglione è la curatrice Diane Lima, che riunisce due figure chiave della scena artistica brasiliana contemporanea: Rosana Paulino e Adriana Varejão. Un incontro tutt’altro che neutro, pensato come un dialogo serrato tra pratiche che affrontano la storia del Paese da prospettive diverse ma complementari. Paulino, con un lavoro centrato sulle genealogie afrodiscendenti, e Varejão, da sempre attenta alle ferite coloniali inscritte nella cultura visiva brasiliana, convergono verso una lettura plurale dell’identità nazionale.

La struttura del Padiglione, progettata nel 1964 da Amerigo Marchesin, rappresenta un esempio paradigmatico di modernismo brasiliano: linee nette, volumi asciutti, luminosità controllata. È proprio questa rigidità a essere messa in discussione. Per il 2026, l’architettura verrà reinterpretata attraverso installazioni, interventi materici e dispositivi immersivi che ne altereranno la neutralità. Le artiste lavorano su elementi organici, superfici irregolari, materiali che evocano corpi, terre e fluidità. L’obiettivo è ribaltare la leggibilità dello spazio, trasformandolo da contenitore a organismo vivente.

Il Padiglione si configura così come un ambiente in cui la dimensione spirituale – centrale nelle pratiche religiose sincretiche brasiliane – gioca un ruolo determinante. Le opere dialogano con temi come la cura, la memoria, la violenza storica e la dimensione rituale, proponendo un attraversamento più vicino all’esperienza che all’osservazione. La scelta di esplorare il confine tra visibile e invisibile, tra presenza e assenza, rispecchia un Paese che tenta di rielaborare le proprie fratture senza cancellarle.

La partecipazione del 2026 segna inoltre una svolta significativa nella storia brasiliana a Venezia: per la prima volta, il Padiglione è interamente al femminile e caratterizzato da una maggioranza black. Una decisione che riflette una trasformazione in corso nel panorama culturale nazionale e che restituisce visibilità a quella parte di popolazione – circa il 60% del Paese – spesso esclusa dai meccanismi di rappresentazione internazionale.