Con l’uscita mondiale del secondo e ultimo volume de Il nome della rosa reinterpretato da Milo Manara, si chiude un’avventura editoriale audace. A oltre quarant’anni dalla prima apparizione del romanzo di Umberto Eco, il maestro del fumetto italiano torna a misurarsi con una delle opere più dense della narrativa contemporanea, completando un percorso iniziato nel 2023 e accolto con entusiasmo da lettori e studiosi. Pubblicato da Oblomov Edizioni, il dittico si presenta come un viaggio nella materia stessa del testo, un corpo a corpo visivo con la sua complessità semantica.

Manara non “illustra” Eco, né si limita a tradurre in vignette ciò che nasce come romanzo-labirinto. Piuttosto, ne scandaglia la molteplicità prendendo in prestito tre direttrici stilistiche che funzionano come altrettante lenti interpretative. La prima è quella che evoca l’immaginario medievale: miniature, apparati decorativi, rilievi che restituiscono la densità simbolica dei manoscritti e delle architetture monastiche. La seconda riguarda il percorso iniziatico di Adso, il suo affaccio sul mondo e sulle sue ambiguità morali e sensoriali; qui la linea manariana si fa più morbida, più carnale, ma senza indulgere al facile erotismo. La terza è dedicata allo sfondo storico dei Dolciniani, una pagina di eresia e violenza politica che Manara recupera con una sobrietà quasi cronachistica, lasciando emergere la tensione tra potere, dissenso e utopia pauperistica.
Il risultato è un dispositivo visivo che dialoga con l’intenzione metanarrativa di Eco. Così come Il nome della rosa è un romanzo che interroga la genealogia dei testi e il loro potere di generare senso, l’opera di Manara diventa un commento grafico, una glossa autonoma che non si sovrappone al racconto, ma lo rilegge dall’interno.


Questa sofisticata orchestrazione di segni trova oggi una sua consacrazione espositiva: a Milano, negli spazi del Volvo Studio, si inaugura la prima mostra completa dedicata al progetto. Aperta fino al 15 gennaio 2026, l’esposizione permette di seguire l’intero arco creativo dell’artista, dagli schizzi iniziali alle soluzioni finali, passando per gli studi sulle fonti figurative e sui modelli medievali che hanno influenzato la costruzione dell’immaginario visivo. È un’occasione preziosa per cogliere la disciplina che si cela dietro la libertà inventiva di Manara, e per osservare come un classico della letteratura possa diventare materia fertile per un linguaggio che, quando coltivato con rigore, non teme il confronto con l’alta tradizione.




