Una soglia infranta ai piedi dell’Ercole. Passi di Alfredo Pirri torna alla GNAMC

Passi, l’iconica installazione specchiante di Alfredo Pirri, approda nella Sala dell'Ercole. L’opera invita ancora una volta il pubblico ad attraversarla, a frantumarla e a riflettersi nelle sue crepe

Quando Passi torna in un museo, non è mai un semplice reinsediamento: è un attraversamento che ricomincia da capo. E la scelta della Sala dell’Ercole alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma – dopo la collocazione monumentale all’ingresso della GNAMC dal 2011 al 2016 – assume oggi un valore quasi narrativo, perché riattiva una geografia interiore che appartiene tanto all’opera quanto ai visitatori che la percorreranno.

Alfredo Pirri, nato nel 1957 e con una formazione che ha toccato Firenze, Milano e Roma, ha sempre lavorato alla soglia tra disciplina e sensibilità, costruendo una pratica artistica capace di attraversare pittura, scultura e architettura senza mai appartenere unicamente a nessuna di esse. È questa porosità, questa vocazione allo sconfinamento, che fa di Passi una delle installazioni più influenti degli ultimi decenni: un pavimento di specchi calpestabile, fragile, sonoro, che trasforma chi lo percorre in soggetto e materiale dell’opera.

Il suo principio generatore risale al 2003, nella Certosa di San Lorenzo a Padula, nell’ambito della mostra Le opere e i giorni curata da Achille Bonito Oliva. Pirri scelse allora uno spazio residuale – un corridoio, un semplice luogo di passaggio – trasformandolo in un dispositivo percettivo in cui la relazione tra movimento, luce e identità diventava visibile solo nella sua frattura. Da quel momento Passi ha continuato a migrare, aprendo crepe simboliche nella Certosa di Padula, nell’Abbazia di Novalesa, nel Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro, nella Cinemateca di Belgrado, nei musei di Roma e Firenze, fino a spazi carichi di memoria come l’ex bunker antiatomico di Tito.

Quando nel 2011 l’opera approdò per la prima volta alla GNAMC, Pirri la pensò come un rito d’ingresso. «L’accesso al museo è una soglia simbolica», affermava allora. Attraversare Passi significava entrare in uno stato di sospensione percettiva, «una cerimonia» in cui ogni passo demolisce e ricostruisce l’immagine del luogo e del proprio corpo. Le sculture ottocentesche, private del basamento e poste a livello dello sguardo, diventavano testimoni immobili di questa frattura. In quella installazione, lo spazio tra il piede del visitatore e il suo doppio capovolto era un confine infinitesimale e insieme cosmico.

Ne ha parlato in questi termini anche Valentina Galeotti, psicologa a orientamento psicanalitico lacaniano, nel suo volume interamente dedicato all’opera e intitolato Dal taglio, la luce. Passi di Alfredo Pirri. Il libro esplora l’opera attraverso la lente della psicanalisi lacaniana, mettendo in relazione la rottura dello specchio, la perdita di centro e la dimensione dell’attraversamento con i processi di sublimazione che definiscono il rapporto tra soggetto e Reale. Nato da una lunga conversazione con l’artista, il volume restituisce Passi come dispositivo simbolico-immaginario capace di circoscrivere l’indicibile, trasformando la frattura in una forma di conoscenza.

E se la sfera simbolica è centrale nell’opera, è allora significativo che Passi ritorni alla GNAMC nella Sala dell’Ercole. Qui l’immagine eroica e monumentale della scultura conviverà con la fragilità del pavimento specchiante, in un gioco di contrapposizioni che mette in tensione l’idea stessa di potenza. L’opera non celebrerà più solo il passaggio, ma l’incertezza: una fragilità che incrina l’aura del luogo, lo apre, lo espone a una nuova vulnerabilità.

Passi riprende posto alla GNAMC dal 27 novembre 2025.

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