È il 25 novembre, la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, e anche nell’arte c’è traccia della lotta. Negli spazi della cultura sono molte le opere che, seppur non sempre in maniera diretta, contribuiscono a comporre l’insieme delle contro-narrazioni sul corpo e sullo sguardo delle donne. E se questi racconti sono soliti partire dal basso, o quantomeno dalle realtà più piccole – è il caso del Museo del Patriarcato a Roma e alla rassegna milanese di Thaddaeus Ropac su VALIE EXPORT e Ketty La Rocca -, è pur vero che anche le grandi istituzioni museali accolgono opere dalla postura critica su questi temi. Ecco allora una guida con cui visitare i musei in modo “consapevole” in occasione del 25 novembre.
Una ricerca sul corpo: Francesca Woodman alla GAM
Fotografa statunitense nota per la sua esplorazione dell’identità, la vulnerabilità e il dualismo, di Francesca Woodman sono presenti diverse opere alla GAM di Torino. In questi spazi sono esposti infatti alcuni suoi nuclei significativi: la sua fotografia, fragile e consapevole, apre una riflessione necessaria sulla rappresentazione del corpo femminile come presenza e assenza, come auto-affermazione e sottrazione allo sguardo dominante.


Nan Goldin protagonista a Milano
Le opere di Nan Goldin sono presenti nella collezione del Museo Novecento, anche se non sempre in esposizione. Qui sono conservate anche le opere di Gina Pane e di Nanda Vigo, unica designer donna in un mondo di uomini. Negli spazi del FORUM900 dell’istituzione milanese c’è invece l’opera Dance First Think Later (2021) di Marinella Senatore. Vero e proprio appuntamento, invece, la grande mostra This Will Not End Well, allestita al Pirelli HangarBicocca e interamente dedicata a Nan Goldin. Qui Goldin integra immagini, film, testi e suoni in un ambiente immersivo che esplora non solo la violenza domestica, ma le forme più sottili di vulnerabilità e potere che attraversano le biografie femminili e queer. L’esperienza della mostra – fluida, narrativa, confessionale – diventa un luogo in cui lo spettatore è chiamato a sostare, a farsi attraversare, a interrogare la propria posizione davanti ai rapporti di forza che regolano lo sguardo.



Carla Accardi alla GNAMC
Quanto a quelle opere che guardano all’emancipazione dal linguaggio del potere, alla GNAMC di Roma è possibile osservare i lavori di Carla Accardi, le cui superfici trasparenti, animate da segni autonomi, sono lontane dal racconto della violenza, ma sono profondamente politiche: il gesto di un’artista che ha costruito un alfabeto proprio, non concesso, non derivato. Un atto di sottrazione ai codici patriarcali della forma.
Uno sguardo al passato con Artemisia Gentileschi
In un percorso di visita “consapevole” non può mancare la menzione delle opere di Artemisia Gentileschi, figura archetipica della resistenza femminile attraverso l’arte. Le sue opere, esposte stabilmente in alcune istituzioni italiane, diventano oggi luoghi cruciali per leggere la violenza non come tema narrativo, ma come materia incandescente trasformata in pittura. Al Museo e Real Bosco di Capodimonte a Napoli, la sua tela Giuditta che decapita Oloferne emerge come un’immagine di forza e autodeterminazione: un gesto radicale che non glorifica la violenza, ma la restituisce come rottura dell’assoggettamento, ribaltamento dello sguardo patriarcale. È un dipinto che, più di altri, mette in dialogo trauma e potere, mostrando come Artemisia riscriva il corpo femminile non come vittima, ma come agente della propria storia.

A Roma, alla Galleria Spada, Santa Cecilia offre invece una declinazione diversa della resistenza: non l’atto eroico, ma la dignità interiore, la fermezza dello spirito che attraversa la sofferenza senza esserne definita. Qui Artemisia afferma un modello femminile capace di abitare la fragilità come spazio di libertà, trasformando la santità in una meditazione sulla resilienza.
Arte tessile, Maria Lai al MADRE
Al MADRE di Napoli le opere di Maria Lai presenti in collezione presentano la cura come pratica politica. I suoi libri cuciti, i fili tesi come relazioni, le mappe di stoffa che ricostruiscono territori affettivi sono dispositivi poetici che rimettono al centro la capacità di creare legami laddove la violenza ha spezzato. In un museo che indaga le tensioni del presente, la sua voce si inscrive come una grammatica alternativa della resistenza, capace di restituire al gesto femminile una forza simbolica antica.

Eppure, dietro questo percorso nelle opere e nei musei italiani, resta evidente quanto la storia dell’arte porti ancora i segni di una lunga asimmetria. Le artiste che oggi riconosciamo come fondamentali – da Artemisia Gentileschi a Maria Lai, da Carla Accardi a Nan Goldin – non hanno avuto lo stesso tempo per sedimentarsi nel canone. Per secoli, meccanismi di esclusione strutturale hanno limitato per le donne l’accesso alla formazione e alle committenze: un fatto di storicizzazione, insomma, che ha un impatto anche sulle quotazioni delle artiste. La giornata del 25 novembre, in questo senso, diventa anche un invito a riconoscere che la lotta contro la violenza passa dalla cultura: dal dare spazio alle opere e alle voci rimaste escluse dalla storia.


