Thaddaeus Ropac Milano dedica la sua seconda mostra a due figure centrali dell’arte femminista europea: VALIE EXPORT e Ketty La Rocca. BODY SIGN, aperta dal 16 dicembre 2025 al 7 febbraio 2026 e curata da Andrea Maurer e Alberto Salvadori, mette in relazione due artiste che non si sono mai incontrate, ma che negli anni ’60 hanno risposto alla stessa urgenza: ridefinire il linguaggio attraverso il corpo.


EXPORT, a Vienna, e La Rocca, a Firenze, agivano in un clima in cui il linguaggio dominante era percepito come strumento di controllo. Entrambe cercarono una via alternativa: superare i limiti di un codice “maschile” e affidarsi al corpo come mezzo diretto, immediato, spesso più eloquente della parola. “Il corpo femminile poteva esprimersi senza mediazioni”, ricorda EXPORT a proposito di quel periodo. Nelle loro opere, le mani diventano un alfabeto universale. In Appendice per una supplica (1972), La Rocca filma una coreografia di gesti che sostituisce la parola; EXPORT, con TAPP und TASTKINO (1968), trasforma il proprio torso in uno schermo tattile, costringendo lo spettatore a confrontarsi fisicamente con ciò che solitamente guarda a distanza.
Anche lo spazio urbano è per entrambe un terreno di sperimentazione. La Rocca, con il Gruppo 70, interviene nei codici visivi della segnaletica, mentre EXPORT usa il corpo come misura della città in Body Configurations (1972-82), aderendo alle architetture viennesi in pose che rendono visibile il condizionamento dello spazio sulla soggettività.

Il linguaggio torna protagonista nelle sculture-lettera di La Rocca, come J con punto (1970), simbolo di identità e alienazione, e nella serie BODY SIGN di EXPORT, in cui un tatuaggio esibito pubblicamente ribalta i codici della sessualizzazione femminile. Nelle Craniologie (1973), La Rocca intreccia radiografie del cranio e gesti delle mani per mostrare come parola, pensiero e corpo siano intrecciati in un unico sistema. Ciò che BODY SIGN rende evidente è che EXPORT e La Rocca, pur lavorando lontano e senza conoscersi, hanno indicato la stessa direzione: usare il corpo per smontare il linguaggio, e il linguaggio per rendere visibile un nuovo corpo possibile. Una lezione ancora attuale, in un presente in cui identità, segni e rappresentazione restano terreni di battaglia.


