Le sfortunate vicissitudini che dagli albori della sua ideazione hanno interessato l’Ala Cosenza della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma ne hanno forse permesso la salvezza nel lungo tempo trascorso, ma non hanno certo impedito il suo inesorabile abbandono e degrado. A distanza di cinquant’anni, il progetto dell’ingegner Luigi Cosenza, tra i pochi ad intendere in quegli anni la forte componente pedagogica e il fine sociale a cui un museo ambisce, è stato affidato all’architetto e scultore svizzero Mario Botta, tra i più talentuosi allievi di Carlo Scarpa.
Ad introdurre la conferenza stampa di presentazione del progetto nel museo romano, è il direttore della Creatività Contemporanea Angelo Piero Cappello, che, riportando le parole del ministro Giuli, ha definito l’Ala Cosenza-Botta «un doveroso tributo che dobbiamo al passato, ma anche un dono che lasceremo al futuro». L’ampliamento, fortemente voluto dalla direttrice Palma Bucarelli già nel 1956, venne finanziato solo nel 1976: purtroppo l’intervento rimase incompiuto, per ritardi nei finanziamenti, forte inflazione e per la morte dello stesso Cosenza nel 1984. Seguono anni difficili, tra lentissima burocrazia e tante, troppe polemiche di quello che è considerato come «uno dei contributi più importanti che la scuola degli ingegneri ha regalato all’architettura» – spiega la soprintendente Daniela Porro.


Il piano di riqualificazione, con un investimento totale di oltre 15 milioni di euro, dà così vita a una delle opere di maggior rilievo nel panorama culturale nazionale con l’obiettivo di riportare alla piena funzionalità uno degli spazi più emblematici dell’architettura italiana del Novecento. «Palma Bucarelli sapeva di essere alla guida di un museo del presente – spiega la direttrice Mazzantini. Il completamente dell’Ala Cosenza è stato per me, fin dall’inizio della direzione, una assoluta priorità. L’intervento renderà la GNAMC quel polo culturale polifunzionale e multidisciplinare, da tempo atteso dagli studiosi dell’arte più recente».

Auditorium, centro studi, sale espositive per mostre temporanee e tanto, tanto verde: sono questi gli elementi caratterizzanti che portanto la firma di Mario Botta e che preservano il valore storico della visionaria opera di Cosenza, un «museo antimontumentale», quella che il critico Manfredo Tafuri avrebbe definito come «gaia erranza degli ipermoderni»: l’idea di un’istituzione come spazio civico, polivalente e vicino alla comunità, ben lontano da ambizioni monumentali. «Il museo è espressione dei problemi, dei dubbi e delle possibilità che gli artisti trasmettono attraverso il loro linguaggio come forma espressiva. Abbiamo bisogno degli artisti e di interrogativi che ci riportanto all’umanità di oggi, di un museo come territorio di memoria che ci appartiene» – ricorda non a caso l’architetto ticinese.



La dimensione pedagogica che ad oggi permea l’esperienza di questa importante iniziativa non è un semplice corollario teorico, ma una componente strutturale di uno schema culturale che orienta la forma, l’organizzazione degli spazi e i modi della fruizione, proprio come Bucarelli e Cosenza avrebbero voluto. Allo stesso modo, il museo non è solo contenitore, ma campo di sapere che persegue un fine sociale, proponendosi di formare, informare e includere la comunità attraverso percorsi accessibili, strumenti interpretativi e pratiche partecipative. In questo senso, l’eredità pedagogica del razionalismo e la missione sociale che caratterizza la GNAMC attuale e futura, convergono in un’idea di spazio culturale come dispositivo educativo e collettivo, capace di generare consapevolezza e cittadinanza attiva. Il tutto, perfettamente in linea con la concezione museale della direttrice Mazzantini, che in più occasioni ha ribadito il ruolo dell’istituzione: «un luogo vitale dove la cultura si fa».


