Le sedute create da Keith Haring per il Luna Luna diventano pouf Gufram

Un revival pop che funziona: da un lunapark scomparso agli interni contemporanei, il brand di design radicale Gufram riedita Keith Haring

C’è una linea invisibile che collega l’Amburgo degli anni Ottanta alla contemporaneità: una traiettoria fluorescente che passa per l’immaginario di Keith Haring, per la poesia di un lunapark impossibile e per la vocazione radicale di Gufram. Questa linea si riaccende oggi con la rimessa in produzione delle due celebri sedute progettate da Haring per Luna Luna, il parco di divertimenti ideato dall’artista André Heller nel 1987, un progetto che ambiva a trasformare l’arte in un’esperienza pubblica, democratica, attraversabile.

Il luna park più utopico del Novecento

Luna Luna nacque nel 1987 da un’intuizione dell’artista e performer austriaco André Heller, convinto che l’arte potesse uscire definitivamente dai musei e trasformarsi in un’esperienza pubblica, condivisa, quasi festiva. Non un parco a tema, ma un parco immaginario, un luna park in cui ogni attrazione fosse un’opera totale, progettata direttamente dagli artisti più influenti del tempo. L’idea era semplice e rivoluzionaria insieme: chiedere a pittori, scultori e performer di immaginare non una mostra, ma una giostra.

Il risultato fu una costellazione irripetibile di collaborazioni. Jean-Michel Basquiat progettò una giostra sonora; Sonia Delaunay rivestì la ruota panoramica con le sue geometrie cromatiche; David Hockney disegnò un tunnel ottico in cui il colore diventava movimento; Salvador Dalí firmò un padiglione surreale che oscillava tra sogno e provocazione; Georg Baselitz ribaltò – letteralmente – la struttura figurativa di un labirinto verticale. In questo contesto, Keith Haring portò la sua energia grafica costruendo una giostra-labirinto a misura di corpo e una serie di sedute scultoree che raddoppiavano come segni iconici: personaggi saltanti, silhouettes essenziali, sagome pop pensate per essere toccate, attraversate, usate.

Il parco aprì ad Amburgo per una sola estate, raccogliendo stupore, code infinite e una curiosità quasi antropologica: per la prima volta, l’arte non veniva contemplata, ma abitata, attraversata come una festa di fine giornata. Poi, come spesso accade alle utopie che bruciano in fretta, Luna Luna venne smontato, inscatolato e dimenticato, fermo per decenni in depositi e container, sospeso tra mito e oblio. La sua storia rimase un racconto a metà: un progetto troppo grande per essere mantenuto, troppo visionario per essere davvero cancellato.

È in questo punto di frattura che entra Gufram, azienda italiana che dagli anni Sessanta ha fatto del design non convenzionale il proprio terreno naturale. Dalla rivoluzione dei suoi materiali espansi alle collaborazioni con gli artisti dell’Arte Povera, il brand ha costruito un DNA riconoscibile: oggetti che oscillano tra scultura e arredo, tra ironia e funzione, tra domesticità e scena.

La decisione di riportare alla luce le sedute di Haring nasce proprio da questa continuità: non una semplice riedizione filologica, ma un gesto di ricontestualizzazione. La vitalità dei colori, la sintesi grafica dei segni, la fisicità giocosa delle forme trovano nella produzione di Gufram un terreno affine, capace di conservare lo spirito originario e insieme offrirgli una nuova vita. Le sedute, ripensate con la cura artigianale e la sperimentazione tecnica tipica dell’azienda, mantengono l’energia immediata di Haring: l’idea che un oggetto, prima ancora di essere utile, debba muovere il corpo, invitare al contatto, partecipare alla costruzione di uno spazio possibile.

Il dialogo tra Luna Luna e Gufram mostra come certi immaginari non appartengano davvero al passato, ma restino latenti, in attesa di essere riattivati. Le sedute non sono un’operazione nostalgica, bensì la dimostrazione che l’eredità radicale degli anni Ottanta può ancora parlare al contemporaneo: non come citazione, ma come impulso. Rimetterle in circolazione significa riportare nel presente un’idea di arte pubblica, gioiosa e anti-gerarchica, che Haring aveva intuito con sorprendente chiarezza.

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