La mostra I giovani e i maestri: la Quadriennale del 1935, allestita al Salone delle Esposizioni di Roma, in parallelo alla 18a edizione della Quadriennale, è un evento espositivo sorprendente, perché costringe a considerare che novanta anni fa quelle stesse opere, molte delle quali oggi considerate tra le massime espressioni dell’arte italiana del Novecento, si trovavano nella stessa sede, scandite dall’allestimento degli architetti Pietro Aschieri ed Eugenio Montuori, negli stessi spazi che pochi mesi prima avevano ospitato la Mostra della Rivoluzione Fascista.

Tra le 1800 opere allora esposte, molte erano di artisti originari delle Marche: Luigi Bartolini, Corrado Cagli, Pericle Fazzini, Osvaldo Licini, Orfeo Tamburi e Scipione, deceduto nel 1933 e per il quale la Quadriennale allestì come omaggio postumo, una raccolta di 22 dipinti ad olio e 30 disegni, che Carlo Carrà giudicò una delle sale più significative della rassegna. Gli artisti marchigiani erano stati invitati da Cipriano Efisio Oppo, insieme agli altri settecento selezionati, una convocazione ecumenica, sia nel numero che nella diversità delle poetiche rappresentate, dal Futurismo a Valori Plastici, da Novecento alla Scuola Romana, fino all’astrattismo de Il Milione, che servivano a magnificare il grande apparato organizzativo e corporativo-sindacale delle arti, predisposto dal regime e di cui Oppo era il principale coordinatore, in stretta sintonia operativa con Giuseppe Bottai e con lo stesso Mussolini.
Nell’anno che segnerà l’apoteosi del regime, impegnato nello slancio imperialista in Etiopia e ammantato nella retorica estetica e culturale della romanità, anche l’arte avrà la sua propagandistica celebrazione nell’urbe capitale. La dismisura con la fase successiva del regime, che nel ’39 si avviava al tragico epilogo della seconda guerra mondiale, si può vagliare considerando anche le vicende biografiche, altrettanto drammatiche, di Corrado Cagli, ebreo e gay, escluso come Carlo Levi dalla Quadriennale dello stesso anno, e costretto all’esilio a New York dopo la promulgazione delle leggi razziali. Come opportunamente ricordato da Raffaele Bedarida nel catalogo della mostra, se nel ’35 Cagli era stato incaricato di decorare nel Palazzo delle Esposizioni la Sala della Rotonda, con quattro grandiosi pannelli di taglio apologetico, uno dei quali raffigurante la bonifica dell’Agro Pontino, nella Quadriennale del ’39 sarà incaricato Ferruccio Ferrazzi di dipingere, per la medesima collocazione, il pannello intitolato La bonifica della razza e raffigurante il tema di come avevano trovato applicazione le leggi razziali.


Ricordando in catalogo lo scomparso Luca Beatrice, cui si deve l’originario impianto progettuale della mostra, Walter Guadagnini che ne è divenuto il curatore, richiama i principi con cui è stata operata la scelta degli artisti coinvolti nella rievocazione della grande Quadriennale del ’35: quelli che avevano avuto una sala a disposizione, quelli invitati con gruppi di opere, quelli premiati, ai quali si sono aggiunti gli autori che negli anni successivi sono divenuti “figure imprescindibili nella narrazione dell’arte di quegli anni”, per arrivare all’obiettivo di rappresentare “il clima artistico, culturale e sociale del tempo”. Ebbene, sia rispetto ai criteri, che all’obiettivo generale dell’impianto curatoriale, risulta davvero incomprensibile l’esclusione dalla mostra e dal catalogo di Quirino Ruggeri, altro artista marchigiano presente alla Quadriennale del 1935, con una personale allestita alla sala 14, contigua a quella di Antonio Donghi, che raccoglieva ventuno sculture, tra cui Antonietta, il ritratto del grande musicista Alfredo Casella, e Passeggiata, l’opera premiata con 25.000 lire, pari merito con Ragazzo al mare di Francesco Messina. Il primo premio per la scultura di 100.000 lire andò a Marino Marini, ma fino all’ultimo la terna Ruggeri, Marini e Messina, fu al vaglio della commissione giudicatrice, come documentato da una sagace vignetta satirica della rivista “Quadrivio”, opportunamente ingrandita nell’allestimento della mostra rievocativa e unico riferimento implicito a Quirino Ruggeri, se si esclude la menzione nell’elenco nominativo degli artisti premiati nel 1935. Passeggiata fu poi acquistata dal Museo Revoltella di Trieste nello stesso anno della Quadriennale, mentre l’opera Antonietta è conservata, insieme ad altre sculture e dipinti dell’artista, al Museo della Collezione Mannucci-Ruggeri, di proprietà della Fondazione CARIFAC di Fabriano.

Sull’autore, si deve a Giuliano Briganti un prezioso contributo critico, pubblicato nel catalogo della XXVIII Biennale di Venezia del 1956, che dedicò a Ruggeri una retrospettiva ad un anno dalla sua morte. Mentre un’aggiornata e articolata presentazione storico critica di Quirino Ruggeri è contenuta nel volume La grande Quadriennale 1935. La nuova arte italiana, curata da Elena Pontiggia e Carlo F. Carli. Nel volume è anche riprodotta la sua dichiarazione di poetica, come di tutti gli altri artisti a cui la rassegna aveva riservato una sala personale, nella quale Ruggeri scrive “Insomma, ora tutti i miei sforzi tendono ad una scultura naturale e viva senza che sia impressionistica, composta e rigorosa senza che sia neo classica”. Tra le altre dichiarazioni di poetica riprodotte nel volume, spicca per vivacità e ricchezza di toni quella di Luigi Bartolini, che scrisse “Ho sempre goduto quando ho fatto dell’arte…Ho goduto anche quando ho inciso i topolini morti, le aringhe salate, le spine di pesce, le farfalle imbalsamate; le cose più maldestre per gli altri, per me costituirono dei poemi che, ripeto, mi sollevarono in paradiso”. Nella citazione è presente il riferimento all’opera premiata nella sezione “Bianco e nero”, ex aequo con i disegni preparatori di Mario Sironi per la vetrata La Carta del lavoro, al Ministero delle Corporazioni (poi Ministero del Lavoro). Infatti, Le farfalle imbalsamate è l’altra titolazione della stessa opera, che alla Quadriennale del ‘35 Luigi Bartolini aveva preferito titolare Farfalle nei vetrini del museo e che poi Giuseppe Marchiori pubblicherà l’anno successivo sulla rivista “Emporium” con il titolo Lepidotteri imbalsamati, all’interno di un breve saggio dedicato a Bartolini incisore, nel quale esprime un’ ammirazione incondizionata per le “sue nature morte, d’un chiaroscuro deciso, ottenuto mercè passaggi sensibilissimi dai neri vellutati ai grigi luminosi, con un tratteggio a reticolo, di cui la lente può misurare la delicatezza”.



L’opera fu stampata nel 1924, quando Bartolini, trovandosi a Camerino come insegnante di disegno in un istituto tecnico cittadino, aveva avuto modo di visitare il museo di scienze naturali della locale Università, come dimostra anche un’altra notissima sua incisione dello stesso anno, I ciechi di mente. Tra le numerose incisioni, ma anche disegni e dipinti, che mostrano paesaggi e vedute della città marchigiana, vanno ricordate La finestra del solitario e le varie versioni della Ragazza alla finestra, nelle quali è richiamato il pronao della Basilica di San Venanzio, sotto il quale si affacciava la finestra della stanza occupata da Bartolini durante il suo soggiorno a Camerino (il tema è ampiamente trattato nel catalogo Luigi Bartolini pittore e incisore, SilvanaEditoriale 2024).

Tornando alla mostra I giovani e i maestri: la Quadriennale del 1935 è davvero spiacevole che i visitatori non trovino esposta la stampa premiata di Bartolini nell’angolino di allestimento riservatogli. Peraltro, l’opera è ora conservata all’Istituto Centrale per la Grafica, a pochi passi dal Salone delle Esposizioni, dove con buona probabilità non sarebbe stato difficile trasferirla, avviando per tempo la procedura di prestito. Dalla scheda del catalogo dell’ICG risulta che la stampa è proprio “l’esemplare che vinse il primo premio dell’incisione alla II Quadriennale del 1935, acquistato dal Ministero della Pubblica Istruzione per il Gabinetto Nazionale delle Stampe nel 1936 presso l’artista”. Allo stesso indirizzo è consultabile anche la riproduzione digitale della stampa, con le annotazioni incise e trascritte a matita da Luigi Bartolini, poeta del verso e dell’immagine, autore del romanzo Ladri di biciclette, pietra miliare della letteratura e del cinema nel secondo dopoguerra.


