Lo sport non è fatto solo di grandi eventi, ma si costruisce anche in realtà lontane dai riflettori. E mentre a Torino si sono concluse le ATP Finals, a migliaia di chilometri di distanza prende forma un altro modo di pensare il campo da tennis: radicato e visivamente eloquente. Nel quartiere di Osu, ad Accra (Ghana), Amoako Boafo – una delle figure più originali della pittura africana contemporanea – ha inaugurato il Backyard Community Club, un intervento che sposta l’asse dell’attenzione dal clamore delle arene internazionali alla dimensione intima dell’architettura come infrastruttura culturale.

Il progetto nasce in continuità con dot.ateliers, la residenza d’artista fondata da Boafo nel 2022, ma qui la matrice cambia: lo spazio non è dedicato alla produzione artistica bensì a un rituale fisico che l’artista conosce profondamente. Prima di impugnare il pennello, Boafo è stato ball boy e poi giocatore di tennis; l’istinto del gesto, la misura dello sguardo, il ritmo del corpo nello spazio: tutto confluisce ora in questa architettura essenziale, leggibile come un autoritratto in forma ambientale. «Il campo può essere uno spazio di creatività e crescita», afferma l’artista. «Un luogo dove fiducia ed espressione personale trovano una traiettoria comune».
Visivamente, Backyard si presenta come un organismo semplice e compiuto. Il primo elemento a colpire è il muro perimetrale alto quattro metri, costruito con pannelli prefabbricati in terra compattata: una materia densa, asciutta, che assorbe la luce africana restituendola in una gamma di ocra caldi, quasi pittorici. La scelta di questa tecnica, curata dallo studio DeRoche Projects, imprime al campo un carattere arcaico e insieme contemporaneo: la parete diventa un orizzonte architettonico che definisce la scena, un fondale che stabilisce il confine tra il dentro e il fuori, tra la disciplina del gioco e il caos della città.

Il terreno in terra battuta – il primo regolamentare in Ghana – accentua la dimensione cromatica dell’intervento: un rosso terroso che vibra sotto il sole equatoriale, un piano fisico che si fa colore e materia. Attorno al campo, una cintura vegetale disegna un’altra soglia percettiva: cocco, guava, lemongrass, mango, soursop, menta. La vegetazione non ha solo un ruolo scenico, ma costruisce un microclima, una pausa visiva, un margine di respiro che trattiene il rumore e restituisce un senso di giardino sospeso.
Gli spazi di servizio – panchina ombreggiata, piccoli spogliatoi, aree di appoggio – sono volutamente ridotti all’essenziale. Ogni elemento sembra voler evitare l’enfasi per privilegiare una sorta di minimalismo comunitario, dove l’architettura non si impone ma accompagna. È un campo da tennis, certo, ma anche un’installazione ambientale dove la misura delle proporzioni, il ritmo delle linee, l’economia dei materiali costruiscono una grammatica visiva rigorosa e poetica.
Se la componente architettonica conferisce a Backyard una presenza scultorea, è però la sua vocazione sociale a definirne il senso ultimo. Le lezioni gratuite offerte ai giovani di Osu trasformano il campo in una piattaforma di appartenenza, un laboratorio di autodisciplina e immaginazione. «Backyard è più del tennis: è una piattaforma per la gioventù, il mentoring e la comunità», sottolinea Glenn DeRoche. In un quartiere spesso privo di spazi pubblici, il campo diventa una soglia di opportunità: un luogo dove allenare non solo i muscoli, ma la fiducia in sé, la capacità di orientarsi, la dignità del gesto. Se anche solo alcuni dei ragazzi porteranno questa esperienza nel proprio futuro, osserva l’architetto, il progetto avrà già tracciato un segno duraturo nel paesaggio umano di Accra.



