Galerie Bonaparte, custode della memoria del design italiano

A pochi passi dalle Beaux-Arts de Paris, tra le vetrine di Saint-Germain-des-Prés che ancora custodiscono l’eleganza intellettuale del quartiere, una nuova luce si è accesa in Rue Bonaparte. È la Galerie Bonaparte, luogo levigante tra arte, architettura e storia. Fondato da Virginia Valsecchi, che ha scelto di rappresentare la storia e arte italiana come racconto artistico polivalente e interconnesso.

«Per me il design non è mai stato solo una questione di estetica o funzione,» spiega Valsecchi, «ma un modo di raccontare la storia che gli oggetti portano dentro di sé. Ogni curva, ogni materiale, è un frammento e rappresentazione concreta di un tempo, di un pensiero, di una rivoluzione.»

Gio Ponti, Borsani e il fundamentum del design moderno

La galleria inaugura il suo percorso con Casa Italia 1930–1960, viaggio nel cuore pulsante del Made in Italy, quando l’Italia usciva dalla guerra e cercava, attraverso la creazione, una nuova idea di futuro. Curata da Virginia Valsecchi e Justine Despretz, la mostra riunisce nomi che hanno definito la grammatica del design moderno come Gio Ponti, Osvaldo Borsani, Lucio Fontana, Max Ingrand, Paolo Buffa e Paolo De Poli.

Camminando tra i mobili si ha la sensazione di entrare in una Casa Italia che racconta la trasformazione di un Paese e di una cultura. Negli anni in cui si ricostruiva l’Europa, in Italia l’abitare diventava “Art de Vivre“, e la funzionalità smetteva di essere un limite per farsi poesia. L’oggetto trova qui il proprio equilibrio naturale con il corpo umano, rispecchiando una visione del design che mette l’uomo e la sua poetica al centro del progetto. È un linguaggio di proporzioni e armonie e la galleria testimonia quanto il design italiano abbia trasformato la necessità in bellezza e “l’industria in cultura”.

«In quegli anni il design italiano nasceva dall’incontro tra architetti, artisti, artigiani e industriali,» spiega Valsecchi. «Era un laboratorio collettivo. L’Italia non inventava solo oggetti, inventava un nuovo modo di pensare.»

L’Italia del dopoguerra e la poesia del Made in Italy

La galleria si muove proprio su questa sottile linea, tra racconto e materia. Ogni pezzo esposto (insieme di sedie e divano di Gio Ponti con struttura in frassino, schienale in cannage, lampade di Ingrand, credenza di Buffa) non è solo un oggetto d’arredo, ma un frammento di una narrazione più ampia tra Uomo, spazio e società. È la continuità di quella cultura del progetto che, a partire dagli anni Trenta, ha reso l’Italia epicentro di un’estetica riconoscibile e universale.

Il percorso espositivo è suddiviso per decenni e atmosfere, dall’ottimismo ricostruttivo del dopoguerra al boom creativo degli anni Cinquanta, fino alle prime tensioni sperimentali che annunceranno il radical design degli anni Settanta. A guidare lo sguardo è sempre l’idea di proporzione e armonia, concetti che per Valsecchi restano «i veri strumenti della bellezza». Scegliere Parigi come sede non è stato un caso. Essendo l’unica iniziativa interamente dedicata all’Italia, «era naturale portare qui il racconto del design italiano, qui può dialogare con la storia del gusto francese, con la sua misura, con la sua poesia, e farsi conoscere davvero».

In effetti, la Galerie Bonaparte non si presenta come uno spazio museale, ma come una dimora aperta alla riflessione e alla curiosità. Il design viene trattato come una lingua reale, che fa soffermarsi su quanto un oggetto possa segnare l’evoluzione socio-politica e artistica di un tempo preciso, e così rivoluzionario. Virginia Valsecchi sceglie la via del “lusso culturale” per raccontare la storia. Quello che si fonda sulla conoscenza, sull’emozione, sulla continuità del sapere.

«Il Made in Italy non è un marchio, ma un pensiero e racconto. È la capacità di trasformare la necessità in bellezza, la forma in emozione.», ed è esattamente ciò che si risente entrando nella galleria: una calda abitazione, uno spazio intimo e personale, come fosse un set cinematografico di Antonioni (clin d’œil alla carriera e ricerca della fondatrice). Così, nella sua appartata e reale eleganza, la Galerie Bonaparte celebra il design italiano come si celebra la letteratura o la musica: con rispetto, ma senza distanza. Perché, come suggerisce Valsecchi, “gli oggetti parlano, se li si sa ascoltare”. Sanno raccontare sempre, in fondo, qualcosa di noi. E lei, lo ha saputo rappresentare con questa minuziosa e raffinata selezione.