Assolti gli attivisti di Just Stop Oil, nessun reato per l’azione a Stonehenge

Il tribunale britannico ha assolto i manifestanti che avevano spruzzato vernice sul monumento, sollevando questioni sul valore del patrimonio storico

Nel giugno 2024, membri del gruppo ambientalista Just Stop Oil hanno colorato con una polvere arancione alcune delle pietre di Stonehenge, il sito neolitico più famoso del Regno Unito. L’azione, condotta con un composto a base di farina di mais e pigmento naturale, aveva l’obiettivo di denunciare l’inazione del governo britannico sulla crisi climatica.

Dopo l’intervento degli agenti di polizia e la rimozione della sostanza, l’ente che gestisce il monumento ha confermato che non si erano registrati danni permanenti. Tuttavia, i tre attivisti coinvolti, Rajan Naidu, 74 anni, Niamh Lynch, 23, e Luke Watson, 36, sono stati accusati di danno criminale e di disturbo pubblico. Il processo, svoltosi presso la corte di Salisbury, si è concluso con un verdetto di assoluzione. Secondo la giuria, non vi erano prove di deterioramento del sito e l’azione rientrava nel diritto alla libertà di espressione e di manifestazione sancito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Il caso ha acceso un intenso dibattito in Gran Bretagna e nel mondo dell’arte sul rapporto tra attivismo climatico e tutela del patrimonio. La scelta di colpire un luogo simbolo come Stonehenge ha un valore altamente visivo e mediatico: la polvere arancione che avvolge le pietre antiche diventa un segnale di allarme, una ferita cromatica che invita a guardare l’urgenza ambientale. Per alcuni è un gesto necessario per attirare l’attenzione sul collasso climatico; per altri un atto di vandalismo, una mancanza di rispetto verso la storia e la memoria collettiva.

Stonehenge, una sentenza fra libertà e tutela del patrimonio

La sentenza ha evidenziato il delicato equilibrio tra diritto di protesta e tutela dei beni culturali. Il giudice ha riconosciuto che la disobbedienza civile può avere un valore politico e simbolico, ma ha anche sottolineato la necessità di non compromettere l’integrità dei siti patrimonio dell’umanità. Il caso potrebbe creare un precedente legale importante, in quanto riconosce che una protesta priva di danni effettivi non può essere automaticamente equiparata a un crimine.

Sul piano culturale, l’episodio segna un punto di svolta nell’estetica della protesta. L’uso del colore come gesto politico, l’intervento temporaneo su un monumento millenario e la diffusione virale delle immagini trasformano l’azione in un atto performativo, a metà tra arte e dissenso. È un linguaggio visivo che dialoga con la storia dell’arte contemporanea – dall’arte concettuale alle azioni site-specific – ma spostato sul terreno della militanza ecologica.

Stonehenge, sopravvissuto a millenni di tempo e di intemperie, diventa così lo scenario di un nuovo conflitto: quello fra la conservazione del passato e la lotta per il futuro. L’arancio del Just Stop Oil non ha danneggiato le pietre, ma ha lasciato una traccia nel dibattito culturale del nostro tempo, ricordandoci che ogni simbolo, anche il più antico, può essere riattivato come campo di battaglia politica e visiva.

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