Carlo Ratti si ritira: «Non mi riconosco più nel progetto del campus MIND Milano»

L’architetto e urbanista si sfila dal progetto del polo scientifico della Università degli Studi di Milano accusando la Commissione Paesaggio di aver stravolto la visione originaria

Colpo di scena per il futuro del campus dell’Università Statale di Milano nell’area MIND, l’ex sito di Expo 2015. L’architetto e urbanista Carlo Ratti, direttore del MIT Senseable City Lab e figura chiave nella progettazione del nuovo polo universitario, ha annunciato il suo ritiro dal progetto, denunciando una distanza ormai insanabile tra la visione iniziale e le scelte attuali della committenza. Alla base della scelta, le modifiche imposte, in particolare dalla Commissione Paesaggio del Comune di Milano che avrebbero “snaturato l’impianto architettonico e concettuale” elaborato dal suo studio con il team di CRA – Carlo Ratti Associati e l’impresa Lendlease.

Il progetto, vincitore di concorso nel 2018, era stato concepito come campus diffuso, permeabile e sostenibile, in dialogo con il tessuto urbano e con il verde del Parco Mind. L’obiettivo era quello di creare un luogo di scambio tra scienza, cittadinanza e impresa, simbolo del nuovo distretto dell’innovazione milanese e l’idera era infatti quella di trasformare il MIND in un laboratorio urbano, una città della conoscenza in cui la Statale potesse dialogare con i centri di ricerca, le start-up e le istituzioni insediate nell’ex Expo.

Il ritiro di Carlo Ratti e il destino del Campus MIND

Il progetto che rifletteva l’approccio sistemico di Ratti, in cui architettura, tecnologia e sostenibilità si intrecciano in una visione umanistica del futuro urbano. Negli ultimi mesi, però, il clima intorno al progetto si era fatto teso. Le richieste di revisione avanzate dalla Commissione Paesaggio del Comune di Milano e da altri attori istituzionali avrebbero, secondo l’architetto, “snaturato” l’impianto originario. In particolare, Ratti ha denunciato come le modifiche formali e funzionali imposte abbiano trasformato il carattere del campus, spostando il baricentro da un’idea di spazio civico a quella di complesso edilizio più convenzionale. Nonostante il ritiro di Ratti, la Rettrice della Statale, Elio Franzini, ha confermato che i lavori proseguiranno secondo i tempi previsti: “Il progetto va avanti. L’università resta impegnata a realizzare il nuovo campus, nel rispetto delle regole e con l’obiettivo di garantire spazi di alta qualità per studenti e ricercatori”.

Tra architetture e politiche del compromesso, il caso Ratti-MIND diventa così un simbolo del dilemma che attraversa l’architettura contemporanea italiana: come mantenere viva la dimensione culturale e critica del progetto all’interno di un sistema vincolato da logiche economiche, procedurali e di immagine?
Il ritiro di Ratti, più che un gesto di protesta, appare come un atto di resistenza culturale: la difesa della libertà autoriale contro la semplificazione amministrativa. Nel panorama internazionale, episodi simili – da Herzog & de Meuron a Jean Nouvel – hanno spesso segnato il punto in cui l’architetto sceglie di uscire dal campo, piuttosto che firmare un’opera che non gli appartiene più. È una questione di etica e di responsabilità intellettuale.

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