Van Gogh conteso, il Met di New York di nuovo sotto accusa

Gli eredi di una collezionista ebrea hanno citato in giudizio il museo. La vicenda riapre il dibattito sulla restituzione dell’arte razziata e sulle responsabilità delle istituzioni museali

La controversia riguarda il dipinto La cueillette des olives (The Olive Picking, 1889) di Vincent van Gogh, raffigurante figure al lavoro tra gli ulivi. L’opera sarebbe appartenuta a Hedwig Stern (nata Eichengrün), collezionista ebrea tedesca costretta a fuggire da Monaco nel 1936, lasciando dietro di sé parte della propria collezione d’arte.

Gli eredi sostengono infatti che la vendita del dipinto sia avvenuta in circostanze di costrizione durante il regime nazista. Successivamente l’opera passò attraverso vari percorsi: fu venduta da una galleria tedesca, entrò nel mercato americano (grazie a un collezionista americano, Vincent Astor), acquistata dal Met nel 1956, e poi venduta dall’istituzione americana nel 1972. Ad essere contestato è proprio il ruolo del Metropolitan Museum di New York, visto che gli eredi hanno definito l’operazione poco trasparente, probabilmente per evitare rivendicazioni. Oggi l’opera si trova alla Basil & Elise Goulandris Foundation di Atene.

La causa, avviata negli Stati Uniti nel dicembre 2022, precisamente nel Northern District of California, e recentemente ripresa, richiede la restituzione del dipinto o, in alternativa, un risarcimento economico basato sul suo valore attuale. Gli eredi sottolineano che il quadro fu alienato dal museo senza trasparenza e che la storia della sua provenienza avrebbe dovuto essere chiarita prima della vendita. D’altra parte, Il Met respinge le accuse, sostenendo che l’acquisizione fosse legale e conforme alle pratiche dell’epoca. Secondo il museo, all’epoca non vi erano prove che l’opera appartenesse alla famiglia Stern o che fosse stata venduta sotto costrizione. Il museo ha inoltre difeso la decisione di deaccessionare l’opera nel 1972, affermando che fu condotta secondo le proprie linee guida e che l’opera era considerata di minore rilevanza rispetto ad altri pezzi della collezione.

Perché il caso Van Gogh Stern-Met è un banco di prova per musei e memoria storica

Il caso del Van Gogh conteso dagli eredi Stern contro il Metropolitan Museum of Art è significativo poichè mette in luce le complesse intersezioni tra diritto, etica e memoria storica nel mondo dell’arte. Non si tratta soltanto della proprietà di un dipinto, ma del modo in cui le istituzioni culturali gestiscono opere con un passato segnato da persecuzioni, espropri e vendite forzate, come quelle subite dai collezionisti ebrei durante il nazismo.

La vicenda richiama l’attenzione sul ruolo dei musei non solo come custodi di oggetti d’arte, ma custodi della memoria collettiva e della responsabilità morale verso i legittimi proprietari e le loro famiglie, evidenziando la necessità di una trasparenza completa nelle acquisizioni e nelle deaccessioni e di una sensibilità storica che consideri il peso simbolico delle opere, oltre al loro valore estetico o economico.

Inoltre, il caso Stern-Met pone interrogativi sul rapporto tra valore morale e valore di mercato, mostrando come la comprensione del contesto storico possa influenzare la percezione e la gestione delle opere d’arte. La controversia diventa così un banco di prova per il settore museale a livello internazionale, suggerendo la necessità di standard condivisi per la restituzione o il risarcimento di opere trafugate o vendute sotto costrizione, e ricordando che ogni decisione presa sulle opere d’arte non riguarda solo l’oggetto, ma anche le storie e le vite delle persone a cui quell’arte apparteneva originariamente.