Alla Galleria Borghese, il contemporaneo entra in punta di piedi (e lascia il segno)

Opere sospese, spazi che rinascono e storie che si intersecano. Così, la direttrice Francesca Cappelletti racconta di un museo storicizzato che parla al presente

Negli ultimi anni Galleria Borghese, uno dei luoghi più emblematici per la storia dell’arte italiana, ha accolto artisti contemporanei con una precisa intenzione, quella di un confronto consapevole e coerente con la storia preservata al suo interno. Ospitare le ricerche artistiche di Giuseppe Penone, Louise Bourgeois e Wangechi Mutu, all’interno delle stanze di Scipione Borghese equivale a innescare immaginari latenti, produrre significati, generare cortocircuiti visivi e simbolici, assumendosi il rischio di rileggere il patrimonio come un qualcosa di vivo, quasi pittoresco e inevitabilmente, vulnerabile. In questa conversazione, la direttrice del museo romano Francesca Cappelletti ci accompagna dentro tale visione e dentro spazi stratificati che non temono di essere attraversati da altre voci da cui anzi, si fanno sensibilmente lusingare. Perchè, come lei stessa ricorda, «le mostre di arte contemporanea devono generare tensione e ricerca, mettere in luce la tradizione come trama di storie avventurose non concluse, ma attive nel nostro presente».

La Galleria Borghese, custode di una straordinaria identità, ha negli ultimi anni iniziato a dialogare sempre più intensamente con l’arte contemporanea. Quanto ritiene strategico oggi, che un museo così stratificato si apra al contemporaneo?

Abbiamo cambiato completamente il programma di arte contemporanea della Galleria. Credo che si debbano scegliere attentamente gli artisti, gli argomenti, le modalità espositive dell’arte contemporanea nel museo. Abbiamo cominciato con la meravigliosa mostra Gesti universali di Giuseppe Penone, curata da Francesco Stocchi, che chiudeva il nostro anno dedicato a Arte e Natura, allo studio dei rapporti fra artisti e paesaggio, in un luogo come la Galleria Borghese, la cui stessa origine è basata sulla riflessione profonda che lega l’architettura e le collezioni al concetto di villa e di giardino, dal mondo antico a oggi.

Con la mostra su Louise Bourgeois abbiamo approfondito il concetto di viaggio e di memoria, quella traumatica e quella apparentemente risolta e inscenata all’interno del museo. Per scoprire cedimenti, rotture, dimenticanze anche all’interno di un luogo armonico e perfetto come questo. Le mostre di arte contemporanea devono generare tensione e ricerca, mettere in luce la tradizione come trama di storie avventurose non concluse, ma attive nel nostro presente.

L’esposizione di Wangechi Mutu ci ha introdotto in un mondo di miti, esperienze e materiali che hanno generato risonanze e pensieri nuovi nelle sale. L’artista e la curatrice, Cloé Perrone, hanno scelto di lavorare sospendendo le opere o esponendole a terra, contribuendo a ampliare lo spazio visivo dello spettatore, arricchendo l’esperienza della visita, ma senza impedire lo sguardo sulla collezione permanente. Questa è una delle esigenze principali del programma. Le opere della Galleria rimangono sempre visibili e non perturbate, per quanto potente possa essere il linguaggio degli artisti ospitati (e lo è stato…).

Molte istituzioni in Italia faticano a parlare alle nuove generazioni e a un pubblico in continua trasformazione. Ritiene che il contemporaneo possa essere una chiave per superare questa distanza?

Credo che l’arte contemporanea ci offra sempre nuove prospettive e che quindi, certamente, possa rispondere in maniera più immediata all’interesse per i luoghi della cultura, o addirittura suscitarlo. I progetti hanno forza quando sono pensati e quando davvero si ispirano alla collezione permanente e ne fanno rivivere aspetti e storia. Il museo aspira non solo a conservare, ma a produrre cultura, a essere un punto di riferimento per la ricerca e per la conoscenza, solo così gli oggetti vivono e trovano il loro significato. Credo che anche con progetti molto mirati sul territorio, con la collaborazione fra istituzioni  e con la comunicazione digitale si possa fare molto per coinvolgere il pubblico e vedo molte iniziative in questo ambito.

Durante la presentazione della mostra su Wangechi Mutu ha affermato che la disposizione delle opere non intralcia la collezione permanente ma ne amplia la lettura, attivando nuove prospettive visive e simboliche. Quali sono i criteri guida che permettono di inserire una narrazione del genere all’interno di uno spazio così fortemente connotato dal Barocco? Ci saranno altre iniziative su questa linea?

Tutte le iniziative future si muoveranno in questo senso. I nostri spazi e l’allestimento storicizzato, che in alcuni casi si è storicizzato molto recentemente, sono sempre i punti di partenza per ogni iniziativa e ogni pensiero. Il museo, e la Galleria Borghese in particolare, sono organismi che parlano ogni giorno della loro storia. Ci sono secoli di interventi e di gesti dietro la bellezza e questi vanno segnalati e resi visibili. Le mostre devono muoversi con criteri precisi, perché questo non è uno spazio che si può modificare secondo il progetto, come si fa di solito nei moderni contenitori delle mostre, costruendo pannelli, scegliendo liberamente i colori degli allestimenti, strutturando le sezioni seguendo il racconto. Qui il racconto si complica e diventa però certamente straordinario perché le opere non si possono ignorare, ma entrano con la loro presenza e decisamente ad alta voce nel percorso. Il 2026 sarà l’anno delle Metamorfosi, con una mostra in collaborazione con il Rijksmuseum di Amsterdam che annunceremo presto ufficialmente. In questo caso ci saranno anche delle stanze in cui ci auguriamo una felice confusione fra le nostre opere e quelle della mostra…..

Tra i suoi ultimi progetti anche la curatela della mostra su Caravaggio a Palazzo Barberini. Riunite in una sola stanza tre opere che ritraggono, forse, la stessa donna, Fillide Melandroni. Che emozione è stata, da studiosa e oggi da direttrice, vederle dialogare per la prima volta così da vicino? E quanto del “racconto attorno all’opera” ha voluto portare al pubblico attraverso questo progetto?

Credo che nel 1985 a New York le opere fossero già nella stessa mostra, una delle prime dedicate a Caravaggio e al suo tempo, ma certo non so quante persone, fra il pubblico che ha visitato la mostra di palazzo Barberini, possa averle viste in quell’occasione. Inoltre oggi sappiamo molto di più su questi quadri, sulla loro storia e anche sulle ricerche e sulle ipotesi che le accompagnano. La somiglianza fra le protagoniste è innegabile e quello stesso vestito indossato da Maddalena nella tela di Detroit e da Santa Caterina nel dipinto della collezione Thyssen è una traccia fondamentale del metodo di lavoro di Caravaggio. Dipingere dal modello, con i suoi personaggi “in posa” definizione che si usava in passato per la natura morta è una novità assoluta. Questo modo di avvicinarsi al soggetto, attraverso la pratica del ritratto e della natura morta, di forzare i limiti del reale attraverso il chiaroscuro, per far emergere il lato spirituale di quello che vediamo o crediamo di vedere, è l’essenza della rivoluzione caravaggesca.


Giuseppe Penone. Gesti universali, Installation view, Galleria Borghese. Photo S. Pellion © Galleria Borghese
Louise Bourgeois. L’inconscio della memoria, Installation View, Galleria Borghese. Credit line: All images are © The Easton Foundation/Licensed bySIAE2024andVAGA at Artists Rights Society (ARS), NY. Ph.by A.Osio
Wangechi Mutu. Poemi della terra nera, Installation View, Galleria Borghese. Photo A. Osio © Galleria Borghese