Fiere d’arte in transizione: Frieze e Art Basel tra incertezze di mercato e cambi di leadership strategici

Con i grandi appuntamenti fieristici in arrivo, tra cui Art Basel Paris, ecco uno sguardo sul mercato dell'arte nel pieno di cambiamenti strategici

Frieze London e Art Basel Paris si preparano ad aprire le loro porte questa settimana, ma l’atmosfera è tutt’altro che euforica. Il mercato dell’arte sta rallentando, i collezionisti si mostrano cauti e le fiere stesse, sinonimo di spettacolo e vendite, stanno vivendo una silenziosa metamorfosi. Quella che un tempo era la stagione di punta si è forse trasformata in una prova per la nuova realtà del mercato dell’arte?

Secondo l’Art Basel & UBS Art Market Report 2025, le vendite globali di arte sono diminuite del 12% nell’ultimo anno, arrestandosi a 57,5 miliardi di dollari. La fascia alta del mercato (le opere sopra i 10 milioni) ha subito il calo più netto, con un crollo di quasi il 40% nelle transazioni. In controtendenza, cresce il mercato delle opere più accessibili, sotto i 5.000 dollari, sostenuto da collezionisti mossi più dal piacere che dall’ investimento.

Dietro le quinte, anche le strutture delle fiere stanno cambiando. In Svizzera, il gruppo MCH, proprietario di Art Basel, ha annunciato l’uscita del CEO Florian Faber dopo 16 anni. Il passo indietro arriva proprio mentre l’azienda registra il primo utile dal 2016, 3,4 milioni di dollari, grazie a una riorganizzazione interna e a un aumento del 10,3% dei ricavi operativi. Il presidente Andrea Zappia assume ad interim la guida del gruppo, con il compito di mantenere solida la rete globale di fiere, da Basilea a Hong Kong a Miami fino a Parigi, in un mercato decisamente in trasformazione.

Dall’altra parte dell’Atlantico, la situazione è ancora più intricata. Ari Emanuel, il CEO di Endeavor, società madre di Frieze, ha lasciato l’incarico dopo la vendita del gruppo al fondo Silver Lake per 25 miliardi di dollari. Ora guida il WME Group, ma secondo indiscrezioni avrebbe raccolto oltre 100 milioni di dollari per riacquistare proprio la divisione eventi di Endeavor, tra cui Frieze stessa.

Questi passaggi di potere non sono meri dettagli societari: segnano una svolta strategica. Per anni, Frieze e Art Basel hanno puntato sull’espansione: nuove città, nuove gallerie, nuovi format, nuovi spazi VIP; ora l’enfasi si sposta dalla grandezza alla sostanza. La nomina di Carly Murphy, ex Christies e Sothebys come Global Head of Collector and Institutional Relations di Art Basel indica un nuovo metodo centrato sulle relazioni durature più che sulle transazioni. Dopotutto, come ha dichiarato il CEO Noah Horowitz, «approfondire le relazioni è essenziale per il nostro ruolo e per l’ecosistema che sosteniamo».

Paris Art Basel, dal 24 ottobre, giunta ormai alla terza edizione, ha assorbito l’energia post-Brexit che un tempo animava la capitale britannica. L’organizzazione del Grand Palais Éphémère è stata ripensata per privilegiare mostre monografiche e stand tematici, chiaro riflesso che l’obiettivo è uno: meno clamore, più contenuto.

Frieze London, in programma dal 15 al 18 ottobre, però, sembra impegnata a adattarsi. La fiera punta su una programmazione curatoriale più ambiziosa rispetto agli anni precedenti: la sezione Focus affronta temi globali urgenti come crisi climatica, migrazioni e identità. Nel frattempo, Frieze Sculpture continua ad espandere i confini tra fiera privata e spazio pubblico, trasformando i giardini autunnali di Regent’s Park in una mostra en plein air gratuita e spesso più memorabile delle opere esposte all’interno.

In entrambe le città, le fiere stanno evolvendo e la frenesia speculativa degli anni 2010, quando i collezionisti trattavano gli stand come portafogli finanziari, sta lasciando spazio a un approccio più lento e riflessivo. Tutto questo fa pensare che queste istituzioni stanno recuperando centralità, i curatori tornano protagonisti e le fiere diventano luoghi di dialogo più che di transazione.

La stagione che si apre non decreta un declino, ma una ridefinizione: tra Londra e Parigi si gioca non solo una competizione di mercato, ma la scrittura del prossimo capitolo dell’economia culturale globale.

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