Paris Fashion Week, una settimana di atti radicali chiude il mese della moda

Dalle visioni cosmiche di Chanel al rito oscuro di Rick Owens, l’ultima settimana della stagione ha portato in passerella la fusione tra moda e arte in tutte le sue declinazioni

Anche la Paris Fashion Week Primavera-Estate 2026 si è conclusa e lo ha fatto lasciando l’immagine di una costellazione in cui mondi diversi, capaci di intrecciare racconto e forma, estetica e pensiero, si uniscono. Tra nuovi direttori creativi, ritorni attesi e omaggi sentiti, la settimana parigina ha sancito la fine del fashion month con un tono poetico e riflessivo, ricordando come ogni abito possa diventare un atto di visione. Non sono mancati i tributi ad Armani, presenza silenziosa ma viva, evocata in più collezioni come simbolo di misura e rigore senza tempo. Ma nei nove giorni sotto la Torre Eiffel, dal 29 settembre al 7 ottobre, la moda ha anche parlato con le altre arti: con l’architettura e il light design, con la scrittura e il teatro visivo, con la musica e la performance. Ecco alcuni di questi dialoghi.

Chanel: il sogno celeste di Matthieu Blazy

C’era un’attesa palpabile per il debutto di Matthieu Blazy alla direzione creativa di Chanel. Nel maestoso scenario del Grand Palais, trasformato dal team di Bureau Betak in un cosmo sospeso tra sogno e materia, il designer franco-belga ha costruito un universo poetico ispirato alle stelle, tema caro a Gabrielle Chanel. «Volevo qualcosa di familiare, come un sogno fuori dal tempo – ha raccontato Blazy – un cielo che ci accomuna tutti».

L’allestimento era una vera e propria installazione immersiva: pianeti luminescenti, orbite mobili e riflessi liquidi disegnavano un percorso tra il buio e bagliori di colore. La passerella, come un astro in movimento, ha accolto una collezione che intreccia tradizione e futuro. Blazy ha infatti orchestrato un equilibrio tra rigore e leggerezza, fra ricordo e invenzione, lasciando che le reminiscenze di Coco – i bottoni dorati, il bicolor, il gioco delle texture – risuonassero come una costellazione familiare. Chanel, ancora una volta, ha trovato nella materia del sogno la sua più autentica modernità.

Alessandro Michele debutta con un teatro visivo

Da Chanel al teatro visivo di Valentino il passo è breve ma radicale. Per il suo primo capitolo parigino da direttore creativo della Maison, Alessandro Michele ha immaginato uno spazio sospeso fra poesia e impegno, dove la moda diventa parola e luce. Lo show, intitolato Fireflies, è stato accompagnato dalla voce di Pamela Anderson, che ha letto una lettera di Pier Paolo Pasolini del 1941: un testo di intimità e di resistenza.

Nell’oscurità della sala, la luce cinetica dell’installazione Sora dello studio NONOTAK – duo composto da Noemi Schipfer e Takami Nakamoto – ha scandito il ritmo di un racconto immersivo. Le forme si dissolvono e riemergono, le silhouette si confondono con le scie luminose, i tessuti riflettono i suoni e li trasformano in emozione visiva. Tra drappeggi liquidi, pizzi impalpabili e un uso quasi liturgico del colore, Valentino ha offerto una visione che oltrepassa la moda per entrare nel territorio del rito e della memoria.

Alla Paris Fashion Week l’apocalisse di Rick Owens

Infine, Rick Owens: il suo ritorno al Palais de Tokyo è stato, come sempre, più che una sfilata, una performance. Sotto un cielo nuvoloso e un fumo di ghiaccio secco, modelli e modelle hanno invaso le fontane del museo, tra zampilli d’acqua e suoni distorti. In sottofondo, il remix di Somebody to Love di Basstrologe con la voce di Grace Slick trasformava la scena in un inno all’amore, alla fedeltà e alla sopravvivenza del glamour in tempi difficili. “Abiti duri per tempi duri”, recitavano le note dello show: un manifesto estetico e politico insieme.

La collezione Primavera/Estate 2026 di Owens, intitolata Temple, dialoga direttamente con la sua mostra in corso al Musée Galliera, Temple of Love. È un’opera in due capitoli: in passerella, la raffinatezza prende corpo in organze tecniche e tulle di nylon riciclato ricamato con paillettes leggere come polvere; accanto, la brutalità americana esplode nei pantaloni di pelle oversize e negli stivali in Perspex, icona della maison. Il risultato è un’estetica della contraddizione: glamour e squallore, potenza e fragilità, come due facce della stessa fede nella bellezza. Owens, con la sua consueta radicalità, ci ricorda che la moda non veste solo il corpo, ma la nostra inquietudine più profonda.

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