Rick Owens non si limita a vestire i corpi: li scolpisce, li mette in scena, li sospinge verso un orizzonte rituale in cui moda e mito si confondono. La mostra Temple of Love, ospitata al Palais Galliera fino al 22 settembre 2024, celebra trent’anni di creazione e lo fa andando oltre il semplice formato retrospettivo. È piuttosto un viaggio dentro un’estetica totale, che abbraccia moda, architettura, musica e arte visiva.

Il titolo, Temple of Love, dichiara da subito l’ambizione: costruire uno spazio di devozione, un altare profano dedicato alla bellezza inquieta che attraversa l’opera dello stilista. Owens ha sempre immaginato i suoi abiti come strutture: scudi, corazze, drappeggi monumentali che evocano tanto l’antichità classica quanto le avanguardie punk e gotiche. Lungo le sale del museo, il visitatore incontra silhouettes allungate, materiali scolpiti come pietra, tessuti che sembrano onde di marmo o colate di metallo. È un’architettura del desiderio, insieme sensuale e funebre, in bilico tra eros e thanatos.



Il percorso espositivo intreccia capi iconici, fotografie, video e installazioni, restituendo la dimensione performativa del lavoro di Owens. Non a caso, la sua moda ha sempre dialogato con il linguaggio del teatro e dell’arte contemporanea: le sfilate pensate come happening, le scenografie monumentali, l’uso del corpo come medium radicale. Al Palais Galliera, questo dialogo si fa evidente: il museo non è solo contenitore, ma scena, trasformata in un santuario dove la moda diventa esperienza immersiva.
Non l’abito come oggetto, ma come rito: il dispositivo antropologico di Rick Owens
Rispetto alle grandi retrospettive che il Palais Galliera ha dedicato ad Alaïa, Margiela o Chanel, l’approccio di Owens segna una rottura. Là dove le mostre celebravano l’eleganza sartoriale, l’innovazione concettuale o l’icona di un marchio, Temple of Love mette al centro non tanto l’abito come oggetto, quanto l’abito come dispositivo antropologico. Se Chanel aveva codificato il moderno e Margiela aveva svelato i meccanismi della moda, Owens costruisce un universo che si nutre di mito, religiosità laica e visioni post-apocalittiche, restituendo alla moda un carattere quasi iniziatico.



Ciò che colpisce, più della potenza formale, è la capacità di Owens di restituire la moda come gesto politico ed esistenziale. La sua estetica, pur intrisa di oscurità e iconografie apocalittiche, è sempre un inno alla resistenza, alla possibilità di immaginare altri corpi, altre comunità, altri rituali di appartenenza. In questo senso, Temple of Love non è soltanto una retrospettiva, ma una dichiarazione di poetica: la moda come linguaggio capace di trascendere l’effimero e incidere nell’immaginario collettivo.
In un’epoca in cui la moda rischia di essere risucchiata dall’accelerazione del mercato, Owens ricorda che essa può ancora essere un’arte, un rito, una visione. E che i templi dell’amore – inquieto, perturbante, sublime – possono nascere anche da un abito.



