Chicago Architecture Biennial, nove partecipanti si ritirano per protesta contro lo sponsor

Nove partecipanti hanno abbandonato l’evento per contestare il sostegno economico di Crown Family Philanthropies, legata all’industria bellica. Il tema è la coerenza tra valori dichiarati e fonti di finanziamento

La sesta edizione del Chicago Architecture Biennial, inaugurata il 19 settembre, si apre con una frattura inattesa. Nove partecipanti hanno scelto di ritirarsi, denunciando il legame tra lo sponsor principale, Crown Family Philanthropies, e l’industria bellica. La fondazione detiene infatti una quota in General Dynamics, azienda che fornisce armamenti all’esercito israeliano. Ventidue studi e collettivi hanno firmato una lettera in cui sottolineano la contraddizione tra questa sponsorizzazione e il tema dell’edizione, SHIFT: Architecture in Times of Radical Change, curata da Florencia Rodriguez. L’architettura come strumento di trasformazione sociale, sostengono, non può essere sostenuta da capitali legati alla produzione di armi.

Particolarmente controverso è l’impiego dei fondi: non destinati alle mostre ma a programmi educativi. Un fatto che i firmatari considerano paradossale, poiché General Dynamics produce bombe utilizzate a Gaza, dove secondo l’ONU la quasi totalità degli edifici scolastici è stata distrutta o danneggiata. L’educazione finanziata da profitti legati alla distruzione di scuole diventa così un cortocircuito etico. La protesta arriva in un momento cruciale, mentre la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite parla di rischio genocidio a Gaza e diversi Paesi occidentali — tra cui Francia e Regno Unito — riconoscono ufficialmente lo Stato di Palestina. In questo scenario, la scelta dei partecipanti assume il carattere di un atto politico oltre che culturale.

Nonostante le defezioni, la Biennale ospita oltre cento architetti e artisti tra il Chicago Cultural Center e altri spazi cittadini, con nuove installazioni previste a novembre. Eppure, più delle opere esposte, sembra essere destinato a rimanere il segno lasciato da chi ha deciso di non esserci: un vuoto che ricorda come nessun progetto culturale sia neutrale rispetto al mondo che lo circonda.