È stato rubato, fuso e venduto come oro da rottame un bracciale appartenuto a un faraone egizio di oltre tremila anni fa. Il gioiello, un prezioso manufatto d’oro e lapislazzuli realizzato per Amenemope, sovrano della XXI dinastia, è scomparso a inizio settembre dal laboratorio di restauro del Museo Egizio del Cairo.
Il furto, avvenuto secondo le prime ricostruzioni tra il 9 e il 10 settembre, sarebbe stato compiuto da una dipendente interna al museo, una restauratrice, ora tra i principali indagati: la donna avrebbe sottratto il bracciale da una cassaforte del laboratorio e lo avrebbe consegnato a un commerciante d’argento. Da lì, il manufatto è finito in una fonderia locale, dove è stato irreversibilmente distrutto.
Il valore economico dell’oggetto – circa 4.000 dollari secondo gli investigatori – è ovviamente nulla rispetto alla sua importanza archeologica, culturale e simbolica: un’opera risalente a oltre tre millenni fa, parte integrante dell’eredità storica egizia e patrimonio dell’umanità.

Il caso che scuote le istituzioni egiziane e non solo
La notizia ha scatenato un’ondata di indignazione in Egitto. Il Ministero delle Antichità ha avviato un’indagine interna, mentre il direttore del museo è stato temporaneamente sospeso. Diverse perquisizioni sono state effettuate tra il Cairo e i governatorati limitrofi. Al momento sono stati arrestati almeno cinque sospetti: oltre alla restauratrice, anche il commerciante che avrebbe ricevuto il bracciale e tre uomini legati alla fonderia che ha materialmente distrutto l’opera. Il metallo fuso è stato sequestrato, ma risulta impossibile risalire con certezza alla forma originaria del bracciale o recuperarne il valore artistico.

Il bracciale di Amenemope era stato ritrovato in una delle tombe reali di Tanis, nel Delta del Nilo, e faceva parte di un corredo funebre che aveva resistito millenni. Era un esempio straordinario dell’arte orafa egizia: sottile ma robusto, decorato con pietre semipreziose e iscrizioni simboliche, legato alla funzione sacra del faraone e alla sua divinizzazione. “Non abbiamo perso solo un oggetto, abbiamo perso un frammento dell’identità egiziana”, ha commentato un funzionario del Museo, chiedendo l’anonimato.
Il furto ha riacceso il dibattito sulla vulnerabilità dei musei egiziani, spesso alle prese con carenze di fondi, sistemi di sicurezza obsoleti e, in alcuni casi, corruzione interna. Secondo fonti della stampa egiziana, il sistema di sorveglianza nella sezione restauro del museo non era completamente funzionante, e la cassaforte dove era custodito il bracciale non risultava controllata in modo regolare. Nel frattempo, sui social e sulla stampa si moltiplicano le reazioni indignate di archeologi, storici e cittadini. Alcuni chiedono una riforma urgente delle misure di tutela dei beni culturali, altri chiedono (giustamente) pene esemplari per i responsabili.


