Sono tredici le tele milionarie firmate da giganti della storia dell’arte come De Chirico, Monet, Picasso, Balla, Bacon, Balthus, Sargent, misteriosamente sparite dall’eredità, che hanno spinto la Procura di Roma ad aprire un’inchiesta per ricettazione e esportazione illecita di opere d’arte, parte di una vicenda che va avanti ormai da molti anni. Secondo infatti quanto emerge dal testamento di Gianni Agnelli, diverse opere d’arte furono ereditate dalla moglie Marella Caracciolo e dalla figlia Margherita Agnelli, custodite nelle residenze di famiglia a Villa Frescot e Villar Perosa, entrambe a Torino, e nella sua abitazione romana.
Alla morte di Marella, nel 2019, Margherita è subentrata nella proprietà dei beni, comprese le opere che, fino a quel momento, risultavano in comodato d’uso al figlio primogenito John Elkann. Proprio durante un controllo in quelle dimore, Margherita ha denunciato la scomparsa di numerosi quadri e ha puntato il dito contro i suoi tre figli – John, Lapo e Ginevra – accusandoli di esserne responsabili. I tre Elkann hanno respinto le accuse, sostenendo che quelle opere non facessero più parte dell’eredità poiché donate loro direttamente dalla nonna Marella, quando era ancora in vita. Un punto di rottura che oggi è al centro dello scontro legale in corso.

Gli inquirenti – il procuratore aggiunto Giovanni Conzo e il pm Stefano Opilio – ipotizzano che le opere originali siano state trasferite altrove, senza però l’autorizzazione del Ministero della Cultura. Per far luce sulla vicenda, hanno già ascoltato diversi collaboratori della famiglia che frequentavano abitualmente le ville e la storica residenza romana di Gianni Agnelli. Alcuni testimoni, sotto giuramento, hanno confermato che i quadri erano autentici e che il trasferimento avvenne nel 2018. Resta però irrisolto il nodo centrale: dove si trovano oggi quei dipinti?
Il colpo di scena: capolavori sostituiti da copie
Il primo colpo di scena dell’inchiesta riguarda tre opere di grande prestigio: La scala degli addii di Giacomo Balla, Mistero e melanconia di una strada di Giorgio De Chirico e Glacons, effet blanc di Claude Monet. Gli eredi, anziché trovarsi davanti agli originali, si sono ritrovati tra le mani semplici copie, conservate in un caveau al Lingotto di Torino. Copie dal valore praticamente nullo, mentre i documenti ufficiali di divisione del patrimonio stimavano le opere autentiche rispettivamente in due, sette e quattro milioni di euro.


Ma non si tratta di casi isolati. All’appello mancano anche Nudo di profilo di Balthus, due studi sul Papa di Francis Bacon, The Cardinal Numbers di Robert Indiana, un’opera su carta di Georges Mathieu, due lavori di Picasso (Series of Minotaur 4 engravings signed e Torse de femme) e A street in Algiers di John Singer Sargent. Un patrimonio disperso tra le pieghe di un’eredità che continua a dividere la dinastia più potente d’Italia.
I magistrati hanno già acquisito inventari, fotografie d’epoca e archivi di famiglia, cercando conferme sulla presenza dei quadri nelle varie residenze. Ma il mistero resta intatto: capolavori appesi per decenni alle pareti delle ville Agnelli, poi sostituiti da copie e svaniti nel nulla. Quando, e soprattutto da chi, sia stato effettuato lo scambio, è l’interrogativo a cui ora tentano di rispondere gli inquirenti.



