Gaza, corsa contro il tempo per mettere in salvo i reperti archeologici

Un’operazione internazionale ha permesso di trasferire gran parte della collezione dell’Ebaf prima dell’attacco israeliano ai grattacieli di Gaza City. Ma il 30% del patrimonio è andato distrutto

Un’importante operazione di salvataggio ha avuto luogo l’11 settembre a Gaza, quando un gruppo di archeologi, diplomatici e operatori umanitari è riuscito a mettere in salvo migliaia di reperti custoditi nel deposito della Scuola Biblica e Archeologica Francese di Gerusalemme (Ebaf). Conservati nei locali al piano terra della torre residenziale Al-Kawthar, gli oggetti rischiavano di essere spazzati via dai bombardamenti annunciati sulle torri di Gaza City, per le quali era stata ordinata l’evacuazione immediata dei residenti.

L’intervento di salvataggio

Coordinata dall’Ebaf, l’evacuazione dei reperti si è svolta in condizioni estreme, con tempi strettissimi concessi dalle autorità militari israeliane. Decisivo è stato il coinvolgimento di una rete internazionale che comprendeva il Mah-Musée d’art et d’histoire di Ginevra, l’Unesco, il Patriarcato latino di Gerusalemme e il Governo francese.

La curatrice del Mah ginevrino, Béatrice Blandin, ha raccontato che il trasferimento è iniziato la mattina presto e si è concluso nel pomeriggio dello stesso giorno, a causa della mancanza di garanzie di sicurezza per i volontari. Le difficoltà logistiche – assenza di imballaggi adeguati, precarietà dei mezzi di trasporto, rischio costante di bombardamenti – hanno reso l’operazione un’impresa al limite. Nonostante le perdite inevitabili, circa il 70% dei 180 metri cubi di materiali archeologici, provenienti da siti come il monastero bizantino di Sant’Ilarione, dichiarato patrimonio Unesco nel 2023, è stato messo al sicuro. Il restante 30%, costituito in gran parte da ceramiche e reperti lapidei, è andato distrutto nell’attacco che ha seguito l’evacuazione.

Le dichiarazioni e le polemiche

La notizia del salvataggio è stata diffusa il 15 settembre dal Cogat, Coordinamento delle attività governative israeliane nei territori, che ha presentato l’operazione come parte di uno sforzo volto a proteggere la comunità cristiana di Gaza e le organizzazioni internazionali presenti nella Striscia. Una narrazione duramente criticata dall’Ong israeliana Emek Shaveh, impegnata contro la strumentalizzazione dell’archeologia nel conflitto, che ha parlato di «beffa al diritto internazionale», ricordando i danni e le distruzioni inflitti negli ultimi mesi a siti culturali e monumenti storici.

Sul piano umano e scientifico, le parole degli archeologi coinvolti restituiscono il peso delle perdite. René Elter, coordinatore scientifico per l’Ong Première Urgence Internationale e affiliato all’Ebaf, ha sottolineato l’inevitabile dolorosità di scelte di questo tipo: «In un’operazione di salvataggio si perdono sempre delle cose». Ancora più personale la testimonianza di Fadel Al-Utol, archeologo del Mah con lunga esperienza a Gaza: «Mi sento come se avessi perso uno dei miei figli».

Secondo Blandin, ai sensi della Convenzione dell’Aia del 1954 il deposito non avrebbe dovuto essere esposto al rischio di bombardamento, così come i numerosi siti e monumenti già danneggiati dal conflitto. Per Elter, ciò che resta ora sono le immagini, i disegni e le pubblicazioni che documentano i reperti: «Forse sarà questa l’unica traccia dell’archeologia di Gaza».