
Nata nel 2016 nella Striscia come progetto indipendente di resistenza culturale, la Biennale di Gaza oggi sopravvive lontano dal suo luogo d’origine. L’edizione 2025 non si è potuta svolgere a Gaza per ovvi motivi legati al conflitto in corso ed è approdata a Brooklyn, negli spazi indipendenti di Recess, dove ha inaugurato il 10 settembre e resterà aperta fino al 20 dicembre. Questa dislocazione è diventata la cifra stessa della manifestazione: una Biennale che, privata della sua terra, continua a esistere nella diaspora, trasformando l’assenza in linguaggio e il vuoto in atto politico.
Una storia di resistenza intermittente
Fin dalla sua nascita, la Biennale ha dovuto confrontarsi con condizioni estreme: le prime edizioni a Gaza City si sono svolte in spazi improvvisati, tra università, centri culturali e case private. Nel 2018 e nel 2020 il progetto ha tentato di consolidarsi, aprendo a collaborazioni internazionali e sfruttando la rete digitale per superare i confini fisici. Ma la guerra più recente ha annientato archivi e infrastrutture, rendendo impossibile immaginare un’edizione in loco. Da qui la scelta di rilanciare all’estero, affidandosi a un formato nomade che farà tappa, oltre New York, a Istanbul, Atene, Sarajevo, Berlino e Toronto.
L’attuale edizione, curata sotto l’etichetta del Forbidden Museum, riunisce oltre 25 artisti palestinesi. Molti hanno perso tutto: studi, opere, materiali. Da questa tabula rasa emergono pratiche nuove, segnate dall’impermanenza. A Tent on the Road di Maysa Yousef racconta la precarietà dell’abitare, mentre Murad Al-Assar concentra il trauma in gesti pittorici rapidi, quasi fossero atti di sopravvivenza. Tasneem Shatat costruisce invece un “archivio vivente” fatto di voci, interviste, testimonianze registrate: un modo per sostituire ciò che la guerra ha cancellato.

La Biennale come atto politico
Presentare Gaza a New York significa confrontarsi con un paradosso: l’impossibilità di esporre nei luoghi d’origine diventa parte integrante del progetto. La mostra non è solo una vetrina di opere, ma un dispositivo critico che interroga lo spazio espositivo stesso, mettendo in discussione il concetto di museo, di memoria e di territorio. Non è un caso che il curatore abbia scelto l’anonimato: The Forbidden Museum è già di per sé una dichiarazione politica.
Se da un lato la Biennale amplifica voci spesso ignorate, dall’altro rischia di essere incasellata nello stereotipo dell’“arte del trauma”. La critica internazionale, dal Guardian al New York Times, ha riconosciuto il valore del progetto come testimonianza e resistenza, ma resta la domanda su come garantire a questi artisti una lettura complessa, che non li riduca a semplici portavoce di dolore. L’arte palestinese qui non è estetizzazione della tragedia: è sopravvivenza, è ricostruzione simbolica, è gesto quotidiano di vita.

Un futuro incerto
Con la sua forma nomade, la Biennale sembra destinata a muoversi di città in città, a immagine della condizione della diaspora palestinese. Ma questa mobilità solleva un interrogativo critico: senza più un radicamento a Gaza, la Biennale resterà davvero “di Gaza” o si trasformerà in una piattaforma globale sulla Palestina? La risposta, forse, risiede proprio in questa tensione: un evento sospeso tra appartenenza e dispersione, tra perdita e resilienza, che continua a interrogare il ruolo dell’arte contemporanea nei luoghi del conflitto.
Info: gazabiennale.org


