
È morto a Milano, a 72 anni, Maurizio Rebuzzini, una delle voci più autorevoli della critica fotografica italiana. Il suo corpo è stato rinvenuto nel suo studio, vicino alla Stazione Centrale, in circostanze che destano interrogativi: secondo le prime informazioni, presentava segni compatibili con un’aggressione e sono state disposte indagini per chiarire le cause del decesso. L’inchiesta, aperta per omicidio, dovrà stabilire se si tratti di una morte violenta o di altre dinamiche.
Rebuzzini ha dedicato tutta la vita alla fotografia, non solo come pratica ma come terreno di ricerca e riflessione critica. È stato tra i pochi italiani ad avere un rapporto diretto con Henri Cartier-Bresson, con il quale aveva instaurato un legame di amicizia e confronto intellettuale, segno del suo riconoscimento a livello internazionale. Oltre alla carriera di fotografo, ha insegnato per anni all’Università Cattolica di Milano, contribuendo alla formazione di intere generazioni di studenti.
Nel 1994 fondò FOTOgraphia, rivista da lui diretta e divenuta punto di riferimento per l’approfondimento e il dibattito culturale sull’immagine. Nei suoi articoli, nelle lezioni e nelle conferenze, Rebuzzini ha sempre sostenuto l’idea che la fotografia fosse molto più di uno strumento tecnico: un linguaggio capace di raccontare il presente e di interrogare la memoria collettiva.
Amici, colleghi e allievi lo ricordano come una presenza generosa e appassionata, disponibile a discutere di estetica e linguaggi visivi con precisione e profondità. «Ha operato con una grande etica e professionalità – ha affermato il figlio – sempre per il bene e per l’interesse culturale della fotografia. Questo è il motivo per cui era unanimemente apprezzato e grande amico di tanti fotografi importanti». La sua scomparsa improvvisa e misteriosa priva la fotografia italiana di una delle sue voci più lucide e autorevoli, ma lascia un’eredità culturale destinata a durare.


