Trentaquattro ore di Steve McQueen sulla facciata del Rijksmuseum

Con un film di 34 ore sull’occupazione nazista, McQueen trasforma la facciata del Rijksmuseum in uno schermo monumentale aperto alla città

Trentaquattro ore: più di una giornata intera trascorsa davanti alle immagini. È questa la misura fuori scala di Occupied City, l’opera con cui Steve McQueen ha trasformato la facciata del Rijksmuseum in un flusso continuo di memoria. Non un film da “vedere e finire”, ma un’esperienza che invade il tempo stesso, obbligando Amsterdam a convivere con i propri fantasmi per quasi cinque mesi. Fino al 25 gennaio 2026, infatti, la facciata sud del Rijksmuseum diventa un gigantesco schermo urbano.

Con le sue 34 ore di durata, Occupied City entra nella storia come uno dei film più lunghi mai realizzati. Il film nasce da un lavoro pluriennale di riprese effettuate tra il 2020 e il 2023 in oltre duemila luoghi di Amsterdam collegati al periodo dell’occupazione nazista. McQueen parte dall’atlante di Bianca Stigter (Atlas of an Occupied City: Amsterdam 1940-1945) per comporre un mosaico visivo che non ricostruisce tanto gli eventi, quanto il loro peso nel paesaggio urbano contemporaneo. Il risultato è una cartografia del trauma: una città che, pur mutata, porta ancora le cicatrici di ciò che è stato.

La proiezione continua, gratuita e accessibile a tutti, si svolge giorno e notte sulla facciata del museo, mentre in Auditorium il film viene presentato anche in versione completa con sonoro e voice-over, accompagnato da testi narrativi tratti dal libro di Stigter. La scelta di mostrare in esterno una versione muta è tutt’altro che neutrale: il silenzio diventa un dispositivo critico che amplifica l’impatto delle immagini, lasciando allo spettatore il compito di riempire i vuoti con la propria memoria o con il proprio presente.

La città come archivio vivente

Collocare un’opera del genere sulla facciata del Rijksmuseum, custode della storia e dell’identità olandese, significa trasformare il museo in un corpo vivo, che non custodisce soltanto opere ma si fa esso stesso immagine, superficie da interrogare. In questo senso, Occupied City non è solo un film, ma un atto di riscrittura dello spazio pubblico, un modo per costringere la città a convivere con i propri fantasmi.

La scelta di McQueen, già premio Oscar e Leone d’Oro, segna anche un punto di svolta nella relazione tra cinema e arte contemporanea: un film pensato per essere vissuto come un ambiente, come un tempo esteso da attraversare più che da consumare. Le sue 34 ore non chiedono una fruizione integrale, ma suggeriscono un’esperienza porosa, fatta di passaggi, soste, ritorni. È la durata stessa a farsi politica, opponendosi alla rapidità con cui oggi consumiamo immagini e notizie.

Questo approccio non è isolato all’interno della sua produzione. Fin da 12 Years a Slave, McQueen ha indagato la violenza della storia e le sue stratificazioni, mentre con la serie Small Axe ha restituito al pubblico le memorie e le lotte delle comunità caraibiche a Londra. In Occupied City la stessa tensione si dilata nel tempo e nello spazio: non più un racconto individuale o comunitario, ma la topografia intera di una città che diventa archivio vivente. In ogni caso, ciò che lega queste opere è la volontà di rendere visibile ciò che rischia di restare invisibile: il peso delle memorie rimosse e la loro capacità di interrogarci nel presente.

«Ci obbliga a vivere con il passato», ha osservato il direttore del Rijksmuseum Taco Dibbits. E in effetti l’operazione di McQueen va oltre la commemorazione: mette lo spettatore di fronte alla continuità tra ieri e oggi, suggerendo che le tensioni del presente, dalle derive autoritarie alle nuove forme di esclusione, non possono essere comprese se non alla luce di ciò che resta inscritto nelle nostre città. In un’epoca che sembra voler accelerare e dimenticare, McQueen sceglie il contrario: rallentare, ingrandire, imprimere. Così il Rijksmuseum, con la sua architettura storica trasformata in superficie sensibile, diventa non solo un monumento all’arte, ma un archivio vivente della memoria collettiva.