Una nuova generazione di creativi sta riscrivendo il modo in cui guardiamo, comunichiamo e interpretiamo l’immagine. LINK IN BIO – Storie di creativi nasce per raccontare le loro visioni: un progetto che esplora i confini sempre più sfumati tra arte, design, moda e linguaggi digitali. Visioni ibride, approcci trasversali, estetiche che non chiedono definizioni.
Cresciuto tra i racconti del nonno e le colline del Veneto, Tommaso Calabro si è avvicinato all’arte seguendo un filo personale e intuitivo. Dopo una formazione tra Milano e Londra e diverse esperienze internazionali, ha scelto di fondare una galleria indipendente capace di dare voce ai maestri dell’arte moderna e contemporanea, accogliendo allo stesso tempo nuove ricerche e sensibilità. Oggi il suo lavoro si muove tra Milano e Venezia, in un equilibrio tra cura curatoriale, attenzione storica e sguardo aperto.

Da dove vieni, come hai iniziato e come ti consideri oggi?
Vengo da Feltre, un piccolo paese in provincia di Belluno, in Veneto. Fin da bambino sono stato circondato dall’arte: mio nonno aveva una galleria e una tipografia, credo sia da lì che è iniziato tutto. Poi ho studiato economia dell’arte alla Bocconi, e storia dell’arte a Londra, al Courtauld Institute of Art. Ho lavorato in case d’asta e in gallerie internazionali prima di tornare in Italia per aprire la mia galleria a Milano. Oggi il mio lavoro si concentra sull’arte moderna, con un’attenzione particolare verso quegli artisti che il tempo ha messo un po’ in ombra. Mi piace farli dialogare con mondi affini, come il design o la moda, o con artisti contemporanei emergenti, per creare connessioni sempre nuove e attuali.
Social e gusto estetico vanno a braccetto. Se dovessi pensare a uno stile a cui ti ispiri, quale sarebbe?
Mi ispirano le figure di certi galleristi del passato, come Alexander Iolas o Carlo Cardazzo, che non avevano paura di unire mondi diversi. Il mio approccio è piuttosto eclettico, ma sempre con un fondo filologico: parto da ricerche molto approfondite, da archivi, da incontri fortuiti con opere o cataloghi dimenticati, e da lì costruisco mostre che raccontano storie. Lo stile visivo cambia di volta in volta, perché cerco sempre di trovare la forma giusta per il contenuto, non il contrario.

Quali strategie metti in campo per allargare la tua community?
Più che strategie, direi che mi affido molto alla qualità del lavoro e alla coerenza del percorso della galleria, a cui ho sempre pensato – ispirandomi anche alle gallerie del passato – come a un luogo di incontro e di scambio. A Venezia, dove attualmente vivo, la galleria è adiacente al mio appartamento, che sfrutto anche per esporre quadri della mia collezione e per accogliere i collezionisti in un contesto più intimo ma allo stesso tempo curato.
Anche l’arte e la cultura viaggiano veloce. Secondo te, quanto sono utili i social per la divulgazione
culturale?
I social sono sicuramente uno strumento utile, se usati con attenzione. Possono far scoprire contenuti a cui altrimenti non si avrebbe accesso, soprattutto a chi è lontano fisicamente. Ci permettono di raccontare non solo le opere, ma anche i processi, i dietro le quinte, il contesto. Questo può avvicinare il pubblico all’arte in modo nuovo, più personale e diretto.

I social generano nuovi modi di fruizione. Quali sono vantaggi e limiti?
Il vantaggio più evidente è l’accessibilità: anche chi non può visitare una mostra può comunque entrare in contatto con le opere e con il lavoro che c’è dietro. Però c’è anche il rischio che tutto si riduca a un’immagine veloce. L’arte ha bisogno di tempo, di silenzio, e a volte anche di vicinanza fisica. I social vanno bene come primo passo, ma non bisogna dimenticarsi di cercare l’esperienza reale.
Da utente: il tuo profilo preferito?
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