Fotografie in equilibrio tra rigore e intuizione, un racconto visivo fatto di sospensioni

Autore di immagini pulite ma dense, Giacomo Gandola porta una riflessione su estetica, social media e il valore del silenzio nella produzione culturale di oggi

Cresciuto sul Lago di Como, tra silenzi d’acqua e orizzonti mobili, Giacomo Gandola vive e lavora attraversando luoghi e relazioni. Oggi attraversa il mondo, con uno sguardo che si posa sui margini, sui momenti sospesi, sulle storie che non fanno rumore. Il suo lavoro si muove tra arte contemporanea, fotografia e racconto visivo, con un’estetica pulita, essenziale, ma densa di intensità. Collabora con la Galleria Lorcan O’Neill, realtà internazionale con cui affianca artisti affermati nel panorama dell’arte contemporanea, un contesto che ha affinato e arricchito la sua sensibilità estetica. Parallelamente, porta avanti una ricerca personale fatta di immagini sospese, spesso legate al viaggio, ai luoghi marginali e a quella dimensione intima del tempo che resiste al rumore.

Da dove vieni, come hai iniziato e come ti consideri oggi?
Vengo da un piccolo paesino sul Lago di Como, sospeso tra terra, acqua e cielo. Ho iniziato la mia carriera attratto da una forte componente visiva, influenzata dal luogo in cui sono cresciuto, dove la vita si svolge ancora in strada, tra persone che si chiamano per nome e mantengono una grande empatia umana. Fin da subito, ho sentito una profonda fascinazione per il cinema di grandi maestri come Antonioni, Godard e Lelouch, che hanno definito molto della mia estetica. Tuttavia, ciò che ha dato forma al mio linguaggio visivo è stata la scoperta delle fotografie di Magnum Photos, in particolare il lavoro di Robert Capa e Cartier-Bresson. Il concetto di “istante decisivo” rimane ancora il mantra centrale nel mio processo creativo. Oggi mi considero un narratore visivo, con un forte impegno nel catturare l’essenza nascosta nelle piccole cose, nelle atmosfere e nei dettagli, raccontando storie che evocano emozioni autentiche.

Social e gusto estetico vanno a braccetto. Se dovessi pensare a uno stile a cui ti ispiri, quale sarebbe?
Sono attratto da uno stile pulito ed essenziale, al contempo evocativo. La mia estetica è il risultato di una continua ricerca, che si trasforma costantemente in base ai progetti su cui lavoro e ai contesti che frequento. Tendo a bilanciare rigore e intensità visiva, lasciandomi influenzare profondamente dagli artisti con cui ho modo di entrare in contatto abitualmente. Questo dialogo silenzioso e quotidiano con le loro opere e sensibilità si riflette nelle mie immagini, contribuendo in modo naturale a definire la mia visione.

Quali strategie metti in campo per allargare la tua community?
Generalmente non sono attratto dai numeri, preferisco costruire un’empatia umana reale. Istintivamente creo legami diretti privilegiando l’offline rispetto all’online. Il mio processo creativo, gli incontri e i lavori nascono prevalentemente fuori dai social, che restano comunque importanti come diario immediato di esperienze da condividere con un pubblico più ampio. Tuttavia, la priorità resta sempre la creazione autentica e la ricerca estetica che avviene nel viaggio tra idea e risultato finale.

Anche l’arte e la cultura viaggiano veloce. Secondo te, quanto sono utili i social per la divulgazione culturale?
I social rappresentano senza dubbio una straordinaria opportunità per la divulgazione artistica e culturale: offrono velocità, immediatezza e un’enorme potenzialità nel raggiungere un pubblico vasto ed eterogeneo in ogni parte del mondo. Mai come ora, grazie alla comunicazione digitale, abbiamo assistito a una democratizzazione dell’accesso ai contenuti artistici e culturali. Tuttavia, proprio in questo scenario estremamente veloce ed espanso, risiede anche il grande rischio: la superficialità e l’effimero possono prevalere facilmente sulla qualità e sulla profondità della fruizione artistica. La sfida più grande, quindi, è quella di trovare l’equilibrio giusto tra la rapidità di fruizione, tipica dei social, e la necessaria riflessione che ogni contenuto culturale richiede per essere davvero assimilato. Per combattere questa tendenza all’effimero, credo sia indispensabile concentrarsi sulla creazione di contenuti che non mirino soltanto a un consumo immediato, fugace, ma che siano progettati per lasciare una tracimazione visiva ed emotiva nel tempo. Anche il linguaggio visivo e narrativo deve essere progettato in maniera strategica, con una profondità che inviti a tornare sui contenuti, a riguardarli, a condividerli non per una reazione istantanea ma perché in qualche modo diventano parte di un processo culturale più ampio, più personale e più duraturo.

I social generano nuovi modi di fruizione. Quali sono vantaggi e limiti?
Il grande vantaggio dei social è l’immediatezza con cui i contenuti artistici diventano accessibili a livello globale, favorendo un’interazione diretta tra creatori e pubblico. Tuttavia, il principale limite è la rapidità e la superficialità di questa fruizione, che rischiano di banalizzare la complessità dell’arte, penalizzando la lentezza, il silenzio e la riflessione, elementi cruciali per una vera esperienza artistica. Ad esempio, opere come quelle di Kiki Smith o fotografie di Cartier-Bresson perdono profondità se consumate velocemente. La sfida è trovare l’equilibrio giusto, mantenendo vivo l’invito a rallentare e approfondire.

Da utente: il tuo profilo preferito?
Da bravo Gemelli ascendente Gemelli, sono uno, nessuno e centomila: non ho un profilo preferito assoluto, anche se ce ne sono alcuni che seguo quotidianamente e che considero costanti fonti di ispirazione. Il primo è @portaitpaintingsdaily, un progetto di Nick Todhunter. Recentemente sono stato a Londra e devo ammettere che la sua ricerca mi ha guidato nel riscoprire alcuni ritratti al National Portrait Gallery che probabilmente avevo già visto, ma a cui non avevo dato il giusto sguardo, la giusta attenzione. Un altro profilo che cattura spesso la mia attenzione è @vitalenta che ha saputo creare un vero e proprio modo di vivere. L’estetica di Gianvito Fanelli invita a un ascolto più profondo del tempo e della quotidianità, e propone una lentezza che apprezzo e condivido pienamente. Poi ci sono @montamont.atc, che pubblica guide alpine con un’estetica che mi riporta immediatamente ai luoghi dove sono nato e cresciuto. È una ricerca visiva che sento mia. E infine @cerealmag, che per me è una costante ispirazione in termini di luoghi, luce, tagli fotografici e approccio editoriale al design.