Bukhara inaugura la sua prima Biennale

Curato da Diana Campbell, il progetto uzbeko intreccia arti visive, performance e gastronomia, trasformando il patrimonio locale in linguaggio contemporaneo

Settant’anni fa, parlare di una biennale in Asia Centrale sarebbe sembrato un sogno remoto. Oggi, invece, Bukhara (Uzbekistan) si prepara a ospitare la sua prima grande rassegna internazionale: Recipes for Broken Hearts, un titolo che è già un manifesto. Dal 5 settembre al 20 novembre 2025, settanta artisti provenienti dall’Asia Centrale e da diverse parti del mondo si confronteranno con il tessuto urbano e culturale della città, dando vita a un mosaico interdisciplinare di linguaggi.

Una biennale senza separazioni

Alla guida del progetto c’è Diana Campbell, direttrice artistica nota per il suo approccio inclusivo e radicale. La sua curatela, sostenuta dall’Uzbekistan Art and Cultural Development Foundation (ACDF), rifiuta la separazione tradizionale tra arte “alta” e saperi popolari, riconoscendo nell’artigianato e nella cucina forme estetiche capaci di parlare al presente. Pittura, scultura, cinema, musica, performance e gastronomia compongono così un’unica costellazione esperienziale.

Le opere sono nate da collaborazioni con gli artigiani locali, dando vita a un dialogo che intreccia tradizione e sperimentazione. Così l’artista Oyjon Khayrullaeva, insieme al maestro ceramista Abdurauf Taxirov, ha disseminato per la città un corpo immaginario fatto di mosaici: organi umani che collegano i siti espositivi come parti di un unico organismo, con un “stomaco” collocato all’ingresso del Café Oshqozon. Lo stesso caffè diventa epicentro della Biennale, accogliendo i visitatori con piatti tradizionali, conferenze e rituali culinari che intrecciano memoria, dolore e guarigione.

Altrettanto emblematici i progetti che si misurano con le tradizioni orali e musicali di Bukhara. Il regista qatariota Majid al Remaihi ha riletto la figura popolare di Nasreddin in un’installazione che fonde burattini, video e testimonianze degli abitanti, trasformando l’umorismo in una chiave di resistenza collettiva. Il libanese Tarek Atoui, invece, ha scelto il suono come strumento di dialogo, riattivando antiche pratiche musicali locali e intrecciandole con ritmi provenienti dall’Asia e dal mondo arabo.

Il Rice Cultures Festival chiuderà la Biennale di Bukhara

La chiusura della Biennale sarà affidata al Rice Cultures Festival (16–20 novembre), co-curato dalla stessa Campbell insieme a Marie Hélène Pereira. Il riso, alimento universale e identitario, diventa protagonista di un evento che unisce cucina e narrazione: dalle ricette africane del jollof al pulao indiano, fino al palov di Bukhara. Immersi tra i kazan fumanti, i grandi pentoloni di ghisa tradizionalmente usati per il palov, i visitatori vivranno un banchetto che richiama le antiche celebrazioni dell’emirato, trasformando il cibo in veicolo di memoria condivisa.

La Biennale di Bukhara, al suo debutto, non si limita dunque a presentare opere d’arte: propone un viaggio sensoriale e politico, capace di unire fragilità intime e identità collettive. Un laboratorio in cui la cura passa attraverso l’estetica, e in cui il cuore dell’Asia Centrale si apre al mondo con il linguaggio universale della convivialità.

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