Dal 1° settembre 2025 fino all’11 gennaio 2026, Kenwood House a Londra ospita una mostra straordinaria: Double Vision: Vermeer at Kenwood. Qui, per la prima volta in oltre tre secoli, viene esposta The Guitar Player in affiancamento alla sua gemella enigmatica, Lady with a Guitar, proveniente dal Philadelphia Museum of Art. Entrambi i quadri ritraggono una giovane donna intenta a suonare la chitarra, immersa nella luce soffusa che è cifra stilistica di Vermeer. A prima vista, le differenze sembrano minime: il sorriso leggermente diverso, l’acconciatura che a Londra è sciolta in morbidi boccoli, mentre a Philadelphia è raccolta in una treccia.

Eppure, proprio queste variazioni sottili hanno alimentato per secoli interrogativi sull’attribuzione. Il dipinto di Kenwood reca la firma di Vermeer ed è unanimemente riconosciuto come autentico. Quello di Philadelphia, privo di firma e in condizioni più compromesse, è stato a lungo considerato una copia tarda. La principale differenza visiva riguarda l’acconciatura della ragazza ritratta: in quella londinese porta boccoli, mentre nella versione di Philadelphia i capelli sono raccolti in una treccia stretta.

Un dialogo tra originalità e replica: quando la scienza entra in gioco
Negli ultimi anni, un’équipe internazionale di restauratori e storici dell’arte ha sottoposto entrambe le tele a un ciclo di indagini tecniche avanzate. I risultati hanno aperto nuovi scenari:
- Strato preparatorio: chiaro e grigio-marrone a Londra, scuro e bruno a Philadelphia.
- Pigmenti: il blu della versione di Kenwood è il prezioso ultramarino da lapislazzuli, quello di Philadelphia un indaco molto più economico.
- Tecnica pittorica: nella tela americana emergono tratti meno raffinati ma non privi di energia creativa, che lasciano aperta l’ipotesi di una mano vicina al maestro, forse un allievo o un collaboratore nella sua bottega.
Questi elementi non bastano a escludere una paternità di Vermeer, ma suggeriscono un contesto più complesso: il maestro non lavorava forse sempre da solo, e non è impossibile che, in alcuni casi, abbia sperimentato varianti o delegato parte del lavoro. Per i curatori, il cuore della mostra non è sciogliere il dubbio attributivo, ma offrire al pubblico l’esperienza di osservare le due tele insieme, come in uno specchio che restituisce due volti della stessa ispirazione. «È come ritrovare un parente che non si sapeva di avere», ha dichiarato Wendy Monkhouse, senior curator di English Heritage. L’obiettivo della mostra, infatti, è proprio quello di invitare lo spettatore a confrontare pennellate, colori, dettagli, e chiedersi cosa definisce l’autenticità di un capolavoro.


