Il Caso Louise Nevelson tra autenticità, potere e mercato

Una scultura attribuita a Nevelson è finita al centro di una causa che mette in discussione il potere delle grandi gallerie sull’autenticità delle opere

Una scultura monumentale attribuita a Louise Nevelson, stimata tra i 500 e i 700 mila dollari da Sotheby’s, è al centro di una causa da un milione di dollari che mette in discussione il potere delle grandi gallerie sull’autenticità delle opere e, di riflesso, sull’intero mercato dell’arte contemporanea. L’opera, realizzata in legno dipinto di nero e datata 1961, fu acquistata dal collezionista Hardie Beloff nel 1996 dal figlio dell’artista, Mike Nevelson. Dopo quasi trent’anni in collezione privata, la scultura era pronta a essere battuta all’asta quando un intervento inatteso ne ha cambiato il destino.

Il colpo di scena di Arne Glimcher e il ruolo delle gallerie

Pochi giorni prima della vendita, Arne Glimcher, fondatore della Pace Gallery e storico gallerista di Louise Nevelson, ha chiamato Sotheby’s dichiarando che l’opera non era autentica, bensì un assemblaggio postumo del figlio. L’asta è stata immediatamente sospesa. Secondo gli eredi Beloff, però, dietro la decisione c’è un atto di sabotaggio deliberato: Glimcher avrebbe sostenuto di star lavorando a un catalogo ragionato di Nevelson e che la scultura non vi sarebbe stata inclusa. Peccato che, come rileva la denuncia, nessun catalogo ragionato fosse in cantiere.

Ad alimentare i sospetti c’è un dettaglio significativo: già nel 1993 lo stesso Glimcher aveva visionato la scultura, definendola “di qualità mediocre” ma comunque riconducibile alla mano di Nevelson. Un giudizio oggi radicalmente ribaltato. Gli eredi Beloff accusano Pace Gallery di aver voluto blindare il mercato dell’artista, escludendo dal giro un’opera scomoda che rischiava di intaccare quotazioni e credibilità. La galleria, rappresentata dall’avvocato Luke Nikas, respinge le accuse e ribadisce di aver agito in buona fede: “Abbiamo valutato con cura l’autenticità prima di chiedere la sospensione della vendita”, ha dichiarato il legale.

Il tribunale deciderà nei prossimi mesi se la scultura sia stata vittima di un abuso di potere o di una corretta valutazione critica. Quel che è certo è che il “caso Nevelson” va oltre la singola opera: mette in discussione il ruolo delle gallerie come arbitri assoluti dell’autenticità e solleva una domanda cruciale per il mercato dell’arte contemporanea. Chi controlla davvero il destino di un artista: la storia, gli studiosi o chi gestisce le sue quotazioni?