Il 30 aprile scorso è stato inaugurato il Museo Giancarlo Vitali a Bellano, località del ramo lecchese del lago di Como, dedicato all’opera dell’artista originario del comune lariano e curato da ArchiViVitali, associazione culturale da tempo dedita alla conservazione e promozione dell’opera di vari artisti bellanesi accomunati dallo stesso cognome: il pittore e incisore Giancarlo Vitali, suo figlio Velasco e suo fratello Danilo (scultore e pittore il primo, scultore e artigiano il secondo) e Andrea Vitali (scrittore noto per i suoi romanzi ambientati proprio nel comune lariano). L’allestimento del Museo si inserisce all’interno del progetto BAC – Bellano Arte e Cultura, gestito dal Comune e della Pro Loco di Bellano, che punta alla creazione di sinergie tra punti di interesse naturalistico, storico, artistico e tradizionale dislocati nel territorio bellanese.




Il BAC comprende infatti, oltre al Museo Giancarlo Vitali che sarà al centro di questo contributo, l’Orrido di Bellano, la Ca’ Del Diavol, Parco Lorla, la Chiesa di San Nicolao Arte Contemporanea (ex chiesa edificata nel XIII secolo, oggi sconsacrata e adibita a spazio espositivo dedicato all’arte contemporanea), la chiesa di Santa Marta e quella dei Santi Nazaro e Celso, il MUU (il Museo del Latte e della Storia Muggiesca). Il Museo si trova presso Palazzo Lorla, ex dimora nobiliare poi convertita in un centro ricreativo contenente il Circolo dei lavoratori, un teatro delle marionette, una panetteria e un negozio di alimentari, che negli ultimi anni è stato adibito a spazio espositivo per mostre temporanee promosse da ArchiViVitali come Volti.


La pittura italiana di ritratto nel XX secolo con la curatela di Luca Beatrice tra luglio 2023 e gennaio 2024 o La montagna più bella del mondo. Nel bicentenario della nascita di Antonio Stoppani tra marzo e settembre 2024, alle quali chi scrive ha dedicato due articoli. L’allestimento del Museo, curato dalla direttrice artistica Chiara Gatti, propone un’esposizione permanente e non cronologica di un centinaio di opere di Giancarlo Vitali, classe 1929, divise in cinque sezioni che permettono al visitatore di scoprire e apprezzare la produzione pittorica dell’artista bellanese, in dialogo con l’architettura dell’edificio che le ospita. Il percorso artistico di Vitali, estremamente personale e slegato dalle etichette storico-artistiche, inizia nel 1947 quando espone presso la Biennale di Arte Sacra di Milano e prosegue, nonostante le difficoltà economiche che gli impediscono di rimanere a studiare nel capoluogo meneghino, nei decenni successivi fino all’incontro negli anni Ottanta con Giovanni Testori, grazie al quale riesce a realizzare la sua prima mostra personale (febbraio 1985).


Sono gli anni della sua vera e propria consacrazione artistica che lo porterà a svolgere nel 2017 (un anno prima della sua scomparsa) un’ampia esposizione intitolata Time Out a Milano, dislocata tra Castello Sforzesco, Palazzo Reale, Museo di Storia Naturale e Casa del Manzoni, di cui si è accennato anche nel contributo dedicato alla già citata mostra La montagna più bella del mondo. Pittore e incisore estremamente prolifico, realizza opere che parlano della vita e delle persone di Bellano, sempre con un occhio rivolto alla storia dell’arte tradizionale e con uno sguardo connotato da umorismo, espressionismo, gusto per il grottesco e una punta di malinconia. La rappresentazione del quotidiano
bellanese, solo in apparenza banale, si caratterizza anche per alcuni elementi ricorrenti o filoni tematici, quali la predilezione per i generi artistici del ritratto e della natura morta o il tema del teatro, intesto come “teatro del mondo”, nel quale l’aneddotico locale può diventare spunto per una riflessione esistenziale più ampia e universale.

I riferimenti al teatro e alla maschera ritornano infatti a più riprese, come suggerito dal grande olio su tela
intitolato Teatrino (1985) che apre il percorso espositivo del Museo e mostra varie figure che l’artista
riprende, mutuandone anche lo stile, da opere di grandi artisti della storia dell’arte: riconosciamo infatti, in primo piano, l’Infanta Margherita, protagonista della monumentale tela intitola Las Meninas di Diego
Velazquez, affiancata dal piccolo Manuel Osorio Manrique de Zuñiga di Francisco Goya e dal Pifferaio di Éduard Manet, tutti disposti entro il perimetro della scena che ricorda un teatrino delle marionette (simile, magari, a quello ospitato in passato proprio nello spazio ora occupato dal museo vitaliano). Una sorta di ideale studio dell’artista alla Courbet, insomma, un atelier mentale entro il quale il pittore bellanese ha voluto racchiudere alcuni dei suoi modelli artistici di riferimento, tutti – ciascuno a proprio modo – pittori della realtà, della quale hanno saputo rappresentare tutte le sfumature soffermandosi anche sugli aspetti più marginali e prosaici della vita, esclusi dai libri di Storia.


Nella prima sala del Museo Giancarlo Vitali, dunque, accanto a questo dipinto-manifesto, troviamo un
gruppo di ritratti dedicati alla cerchia più ristretta dei familiari, amici e conoscenti dell’artista nonché diversi autoritratti, tra cui quello del 1946 nel quale Vitali, nonostante la ancora giovane età, si rappresenta pienamente conscio del proprio status di artista, rivolgendo uno sguardo sicuro e volitivo direttamente verso l’osservatore e inserendo un altro elemento che, assieme al ritratto, diverrà un genere ricorrente nella sua produzione, ovvero la natura morta, rappresentata dal grappolo d’uva in primo piano (forse un recondito riferimento al proprio cognome – molto diffuso in quest’area del Lario – il cui blasone storico appeso subito fuori dall’ingresso del Museo, assieme agli stemmi araldici di altre famiglie locali, riporta proprio una vite?). Le opere si susseguono dunque sulle pareti della prima sala, tagliata a metà diagonalmente da una parete specchiante che la divide in due spazi triangolari: nessun cartellino con titoli e datazioni (secondo una logica curatoriale atta ad amplificare il senso di intimità e impiegata anche per la mostra Volti, di cui si è parlato in un precedente articolo), solo le opere lasciate a parlare per loro stesse come se ci trovassimo in una quadreria privata, quella dello stesso Vitali che ci accoglie nel suo piccolo mondo antico.


Ecco dunque che ci troviamo di fronte a Germana (1959), un ritratto della moglie dell’artista seduta in
un’ambientazione luminosa e ordinata, molto diversa dalle scene grottesche e caotiche che caratterizzano
altri dipinti dell’artista (uno tra tutti La bottega di Pino Arrigoni detto Cecio, 1986, nel quale, all’interno di
una enorme natura morta fatta di scarpe e arnesi da lavoro, fa capolino anche il ritratto dell’amico
ciabattino): misurato e sospeso nel tempo, il ritratto di Germana ricorda quasi le atmosfere sospese del
Realismo Magico di Felice Casorati distaccandosi così nettamente da altre opere successive come Franco il falegname (1970) o Imbianchino imbiancato (1993), definite da pennellate molto più corpose e grumi di
colore che emergono dalla superficie. L’equilibrio elegante e compassato di Germana cede così il passo a
una rappresentazione più sintetica delle figure, definite da puro colore e tratti espressionisti, come le grandi mani del falegname, sproporzionate rispetto al resto del corpo, che sembrano attirare l’attenzione
dell’osservatore proprio sulla dimensione manuale del suo mestiere.

Seguono poi i ritratti di altre figure di riferimento della comunità bellanese come il sindaco (Il signor
sindaco, 1985), il farmacista Pirola (a cui sono dedicate più opere) e una non meglio identificata Dama dei
gatti (1985) che, consultando il catalogo che accompagna l’allestimento, scopriamo essere una strampalata abitante di una frazione di Bellano. Tutte persone reali ma al contempo personaggi di una storia, quella di Bellano e di Giancarlo Vitali, che trovano la propria controparte letteraria nelle opere di un altro autore bellanese, Andrea Vitali (1956), anch’esse contraddistinte da un analogo gusto affettuoso per la realtà locale e per la descrizione espressionista dei tipi umani che la popolano: la Dama dei gatti potrebbe tranquillamente essere la vicina di casa della Signorina Tecla Manzi che dà il titolo a un suo romanzo del 2004 mentre la bottega di Pino Arrigoni potrebbe trovarsi proprio accanto alla merceria della Premiata Ditta Sorelle Ficcadenti, protagonista dell’omonimo libro del 2016.

Dopo questa galleria di ritratti si passa alla seconda sala, anch’essa organizzata geometricamente attorno a un tavolo circolare che ospita le nature morte floreali di Giancarlo Vitali, mentre alle pareti troviamo un gruppo di opere ispirate al già citato filone tematico del teatro, con dipinti come Siamo solo delle comparse (1995), Avanti il corteo mascherato (1990) o Millenovecentosessantanove, le mani sulla luna (1969), nel quale una fiumana di figure grottesche alla Ensor, quasi delle maschere carnevalesche, si assiepano sul lungolago di Bellano mentre tre figure cercano di arrampicarsi su un albero della cuccagna nel tentativo di toccare la luna con le mani. Il percorso prosegue poi nel terzo spazio, costituito dal giardino sul retro del palazzo, rivolto verso le montagne che fanno da cornice al paese, nel quale è ospitato il murale Uccelli di museo (2025) di Velasco Vitali (1960), figlio di Giancarlo e a sua volta artista, che rende omaggio a una serie realizzata dal padre e dedicata appunto ai volatili, di cui troviamo un esemplare sul tavolo della seconda sala, intitolato Veglione al museo (1972).

Concludono infine il percorso le ultime due sale, che in passato ospitavano una panetteria e un negozio di alimentari, dedicate alla natura morta. Nella quarta sala troviamo, in particolare, alcuni quadretti di piccole dimensioni che rappresentano avanzi di carne, frutta e verdure mentre la quinta ospita sulla parete destra una serie di nature morte di carcasse di animali (1980-91) e sulla parete sinistra una serie con composizioni di girasoli (1985-94). Queste due schiere confluiscono verso La festa è finita (Banchetto), un olio del 2002 collocato sulla parete di fondo della quinta sala che rappresenta una tavola imbandita al termine di una festa con avanzi di cibo e bevande rovesciate sulla tovaglia, invitandoci a riflettere sulla voracità umana nei confronti delle risorse naturali, simbolizzate appunto dalle due serie alle pareti. Dagli amici bellanesi alla moglie Germana, dalle nature morte agli amici di una vita, dalle affollate scene paesane al proprio volto, Giancarlo Vitali dedica la propria vita a ritrarre decenni di avventura bellanese, senza chiudersi mai in un egotismo autoreferenziale, confinato entro i limiti ristretti del suo paesino lacustre, bensì suggerisce una riflessione sulla nostra condizione di abitanti di passaggio su questa terra, come lo sono stati i protagonisti dei suoi dipinti e come lo saranno tutti coloro che continueranno a popolare le vie e le case bellanesi.


