Leoncavallo tra arte, lotta e appello per la riconquista

Le parole di TvBoy: «Le opere d’arte al suo interno e all’esterno devono essere salvate, preservate, tutelate. Devono diventare patrimonio collettivo, un museo vivente»

Nato nel 1975 da un’occupazione in via Leoncavallo e poi trasferito in via Watteau, il centro sociale Leoncavallo ha incarnato per cinquant’anni un laboratorio di cultura alternativa: concerti, teatro, assemblee politiche, serigrafie, autoproduzioni editoriali, fino alle cucine popolari e agli sportelli sociali. Il cuore estetico e simbolico era però racchiuso nelle pareti: muri coperti da graffiti, murales, scritte e installazioni che non erano semplici decorazioni, ma cronache visive di una comunità. Ogni segno era un atto politico e artistico allo stesso tempo. Il seminterrato DaunTaun era diventato una sorta di galleria sotterranea, punto di incontro per writer e street artist di diverse generazioni che hanno contribuito a renderlo uno dei centri nevralgici della street art italiana.

Dal riconoscimento istituzionale alla demolizione: l’appello di TvBoy

L’arte del Leoncavallo non è rimasta confinata al sottosuolo. Con il tempo, anche le istituzioni hanno iniziato a guardare quei murales con occhi diversi. Nel 2023 la Soprintendenza di Milano ha riconosciuto valore storico e culturale a molte delle opere interne, ponendo un vincolo che ne impediva la rimozione senza autorizzazione. Vittorio Sgarbi, allora sottosegretario alla Cultura, le aveva definite “la Cappella Sistina contemporanea”, un paragone che suscitò dibattito ma che confermava la potenza simbolica di quelle immagini. L’appello lanciato dal noto street artist TvBoy, che ricorda come le sue prime opere abbiano trovato accoglienza proprio nel centro sociale, è mirato “Il Leoncavallo – scrive – deve essere riaperto. Le opere d’arte al suo interno e all’esterno devono essere salvate, preservate, tutelate. Devono diventare patrimonio collettivo, un museo vivente”.

Le parole dell’artista racchiudono una nostalgia attiva e invito alla resistenza. L’appello a trasformare le opere in “museo vivente” è insieme un atto di denuncia e di costruzione, di un’arte che non è reliquia ma vita che parla, mobilita, ricostruisce. Il caso del Leoncavallo si inserisce in una dinamica più ampia che riguarda la relazione tra arte urbana, storia collettiva e processi di trasformazione cittadini. La distruzione dei murales, avvenuta nonostante il riconoscimento della loro rilevanza storico-artistica da parte della Soprintendenza, rivela l’asimmetria strutturale tra logiche culturali e logiche economiche: la tutela simbolica non è stata in grado di opporsi all’imperativo della rendita immobiliare.

Dal punto di vista estetico e antropologico, le opere realizzate all’interno e all’esterno del Leoncavallo non rappresentavano soltanto esempi di street art, ma costituivano un archivio urbano non ufficiale, un luogo in cui l’arte dialogava con la comunità, documentando conflitti, aspirazioni e linguaggi generazionali. In questo senso, la loro cancellazione non equivale soltanto a una perdita artistica, ma a un atto di rimozione della memoria sociale.

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