Il governo francese ha adottato il 30 luglio 2025 un progetto di legge che potrebbe infrangere il vincolo dell’inalienabilità dei beni culturali pubblici, stabilendo un’eccezione per gli oggetti ottenuti “con la forza” durante il periodo coloniale, tra il Congresso di Vienna del giugno 1815 e la convenzione UNESCO del 1972. Il progetto di legge prevede la richiesta da parte di uno Stato estero per la restituzione di un oggetto: la domanda può riguardare beni sottratti, venduti sotto costrizione o ceduti da persone prive di autorità; una commissione scientifica bilaterale che valuta la richiesta e l’organo del Conseil d’État che può autorizzare la restituzione, che deve avvenire a condizione che l’oggetto sia conservato ed esposto al pubblico nel paese di origine.



Il nuovo disegno di legge rappresenta un passo significativo: introduce un meccanismo generale pur mantenendo la regola dell’inalienabilità, e potrebbe facilitare le procedure in futuro senza dover passare per ogni volta dal Parlamento. Tuttavia, la trasparenza completa e l’inclusione delle istituzioni africane restano fondamentali. Esperti come Marie Cornu suggeriscono la creazione di un consiglio scientifico permanente con rappresentanti internazionali, per evitare che le decisioni vengano viste come mosse diplomatiche unilateralmente decise da Parigi.
Contesto e precedenti restituzioni
Nel dicembre 2020, la Francia ha approvato una legge ad hoc per restituire 27 oggetti d’arte coloniale: 26 opere da Abomey (Repubblica del Benin) e una spada appartenuta a Omar Saïdou Tall, ora in Senegal e fu il primo caso di restituzione permanente basata su una procedura legislativa. Negli ultimi anni sono stati avanzati nuovi mezzi per avviare una legge quadro più ampia: il rapporto Sarr‑Savoy del novembre 2018, commissionato da Macron, stimava che 90.000 oggetti africani erano conservati nei musei francesi e proponeva criteri sistematici per la restituzione, come trasparenza, cooperazione culturale e ricerca di provenienza. Nel 2023, un altro rapporto di Jean‑Luc Martinez ha suggerito criteri basati su illegittimità e illegalità delle acquisizioni e indicato che solo poche centinaia di oggetti avrebbero rispettato questi criteri: una minoranza rispetto al corpus esistente, pari a circa 300 oggetti problematici tra i 85.000 valutati dal Quai Branly.



