Le influenze africane, l’eredità catalana, e un gesto radicale che ha cambiato per sempre il volto dell’arte. È il 1907 quando un giovane Pablo Picasso dipinge un’opera destinata a spaccare la storia dell’arte in due. Si intitola Les Demoiselles d’Avignon, si trova attualmente al MoMA di New York, e ritrae cinque donne nude in un bordello di Barcellona, ma con corpi spezzati, volti taglienti, e sguardi che non seducono, sfidano, provocano. Con quella tela, Picasso non solo rompe con la bellezza idealizzata della tradizione europea, ma inventa, insieme a Georges Braque, una nuova grammatica visiva: il Cubismo. Nessuna prospettiva rinascimentale, nessun chiaroscuro, nessun tentativo di idealizzare, forse vanificando, la cruda verità del mondo. Al contrario, corpi ridotti a piani geometrici, spazio reso instabile, visione simultanea da più punti.



Ed oggi, a oltre un secolo di distanza, il quadro conserva intatta la sua carica dirompente. Per molto tempo, Les Demoiselles è stata letta come il frutto diretto del primitivismo. A Parigi, l’artista frequentava il Musée d’Ethnographie du Trocadéro, dove vide per la prima volta maschere africane e sculture rituali. Le due figure a destra nel dipinto – con i loro volti spigolosi e disumanizzati – sembrano richiamare proprio quell’estetica. Eppure, a distanza di anni, quella lettura è oggetto di revisione. Il rapporto tra arte coloniale e arte moderna viene ora analizzato in modo più critico, interrogandosi sull’appropriazione culturale, sui contesti coloniali in cui quegli oggetti venivano esposti, e sulla trasformazione del “primitivo” in mito estetico occidentale.

La pista catalana e una nuova ipotesi
Un’ipotesi recente, avanzata dallo studioso, collezionista e “art detective” francese Alain Moreau e riportata da The Times e ARTnews, propone una lettura alternativa: Picasso avrebbe tratto ispirazione non dall’arte africana, ma dall’arte catalana medievale. Nel 1906, l’artista soggiorna a Gósol, nei Pirenei, dove studia gli affreschi romanici di antiche chiese. Le figure rigide, ieratiche, semplificate, avrebbero influenzato la costruzione delle sue “demoiselles”. Questa lettura restituisce al contesto catalano un ruolo cruciale nella nascita della modernità, mostrando come le radici del movimento possano quindi affondare anche nella memoria artistica del Mediterraneo occidentale. In ogni caso, si tratta di un gesto di rottura e fondazione al contempo: l’idea di rappresentazione è distrutta per aprire alla visione. Non c’è spazio, né tempo, né verosimiglianza, c’è solo lo sguardo, che lentamente si fa forma.


