Restaurare o snaturare? Il futuro del Cretto di Burri divide istituzioni e cultura

La Fondazione Burri denuncia l’esclusione dal progetto di valorizzazione del Cretto di Gibellina: scontro tra istituzioni sulla gestione dell’opera

Nel centro della Sicilia occidentale, tra le colline silenziose della Valle del Belice, si estende una delle opere di land art più imponenti e simboliche del ‘900 italiano, il Grande Cretto di Gibellina firmato da Alberto Burri. L’opera che non è solo una scultura di cemento, ma una ferita visibile nella terra che racconta la memoria di un sisma – quello del 1968 – e il silenzio della ricostruzione.

Oggi, a distanza di decenni dalla sua ideazione e dal completamento avvenuto nel 2015, il Cretto torna al centro del dibattito pubblico. La Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri ha lanciato un appello accorato: “Giù le mani dal Grande Cretto”, denunciando di essere stata completamente esclusa dal progetto di valorizzazione in corso, promosso dalla Regione Siciliana e dalla Soprintendenza di Trapani.

Il piano prevede la realizzazione di un visitor center, un parcheggio, nuovi servizi informativi e infrastrutture per accogliere un numero crescente di visitatori. Ma, secondo la Fondazione, nessuna di queste iniziative è stata condivisa con chi, da sempre, tutela l’eredità culturale e morale dell’artista. Il rischio, sottolineano, è che un intervento pensato senza competenza artistica e senza dialogo possa snaturare l’opera e compromettere il messaggio profondo che essa incarna.

Tra crepe reali e simboliche, giù le mani dal Grande Cretto!

Il soprintendente Riccardo Guazzelli ha risposto alle critiche sostenendo che l’opera non verrà toccata e che il dialogo con la Fondazione verrà riaperto in autunno. Tuttavia, per molti, il danno simbolico è già stato fatto: coinvolgere la Fondazione non è solo una formalità, ma un atto dovuto, nel rispetto della visione artistica e morale del Maestro.

Il Grande Cretto, spesso trascurato anche dal punto di vista manutentivo, ha bisogno di attenzione, ma non di trasformazioni affrettate. Già in passato artisti e cittadini avevano segnalato crepe, degrado e vegetazione che minacciavano la conservazione dell’opera. Oggi, più che mai, serve una riflessione attenta: come si tutela un’opera che è al tempo stesso arte, architettura e storia? E soprattutto, chi ne ha il diritto?

In un tempo in cui la valorizzazione culturale rischia di trasformarsi in marketing territoriale senza memoria, l’appello della Fondazione Burri ci ricorda che esistono luoghi che parlano più con il silenzio che con le parole. E che il rispetto di ogni forma arte, quando tocca i nervi profondi della storia, non può essere demandato alla sola burocrazia.